Solitamente non sono benevolo verso iniziative come questa che raccoglie firme per rivotare, la cosa non ha alcun valore legale e la sinistra sa già di essere odiata e di sbagliare tutto, non gliene importa finché hanno il potere. Però l’iniziativa è supportata da Forza Italia e l’obiettivo è assolutamente ambizioso: cinque milioni di firme, ciò signifiica che indica un impegno concreto del partito per avvicinarsi ai cittadini e che, al di là del risultato diretto, quelle firme potranno comunque avere un peso nel dibattito politico e costringere qualche politico di sinistra ad ammettere di essere giunto il momento di ritornare a votare. Non bisogna fermarsi alle firme, ma bisogna pur incominciare.
Persino gli intellettuali si stanno accorgendo che la sinistra ha sbagliato praticamente su tutto, benché il concetto stesso di intellettuale sia legato alla sinistra. Per ovviare a quello che lo ritengono un semplice caso molti si affrettano a dire che però in realtà il liberalismo è di sinistra, come a dire che la sinistra deve solo accorgersi di avere già ragione, non può sbagliare davvero. Personalmente ritengo che la sinistra abbia torto. Punto.
Fondalmentalmente, strutturalmente, paradigmaticamente torto. Così come il secolo scorso è stato della sinistra, cioè di uno dei suoi tratti fondanti: il collettivismo, questo sarà il secolo della destra, del liberalismo. Non è un caso, infatti il secolo della massa è stato tanto deleterio da auto-distruggersi e lasciare il mercato, la democrazia, l’individuo come unici vincitori.
Destra e sinistra
Qualcuno potrebbe storcere il naso sentendo ancora destra e sinistra, giudicandoli contenitori privi di valore di per sé, ma significativi solo in quanto forieri di socialismo o liberalismo. Questo è vero solo in parte, indubbiamente alcuni paradigmi (strutture fondamentali) sono più di sinistra o di destra, storicamente potrebbe anche sembrarlo, visto che il passato ha visto contrapposti gli schieramenti su linee totalmente divergenti, ma non è così, possono esistere differenze su più livelli. Dalla rivoluzione francese contrapposta alla lenta evoluzione inglese, permane una differenza sostanziale. La sinistra indica le strade da seguire, non le costruisce ma abbatte gli ostacoli che impediscono di seguirle, di più, ha un’idea di progresso basata sulla distruzione e sulla necessità di seguire il nuovo. La destra, di contro, costruire nuove vie, garantisce nuove possibilità, ma non obbliga, se non al rispetto delle leggi, critica razionalmente ma non giudica moralmente. Un caso pratico aiuta a capire la differenza, pensate ad esempio a quei liberali che sostengono il diritto delle coppie di fatto o omosessuali.
Tutti vi parleranno di libertà, ma alcuni lo faranno con risentimento e denigrando, di fatto o moralmente, una scelta definita come sorpassata ed illusoria (l’amore romantico borghese, il matrimonio cattolico, etc.), saranno contemporaneamente appiattiti sulla mera contigenza e necessità del qui ed ora e prospetteranno un mondo diverso, celebreranno l’unione tra ragione e morale in senso assoluto, a freddo. Altri, anche se magari con cinismo e disillusione, diranno semplicemente che sono strade da permettere, pur tenendo conto delle differenze, cercheranno l’alleanza di razionalità e principi, in modo da trovare risposte dal valore reale, non per cambiare il presente o per appiattirsi su di esso, ma per concedere ad ognuno la possibilità di capire e scegliere, senza sconti alla realtà né alla teoria.
Nessuno difende il concetto di massa, ma primi sostengono comunque che tutti gli individui devono comportarsi allo stesso modo, che la libertà, pur se distruttiva, è giusta di per se, gli altri che ognuno è libero di sbagliare, che anche se pensano di aver ragione ciò che è giusto deve essere abbracciato con convinzione, poiché solo così ha senso, è costruttivo.
Liberalismi a confronto
Indubbiamente questo sarà il secolo del liberalismo, perché con diversi toni e gradi da Blair a Zapatero, in parte perfino Veltroni, la sinistra di tutto il mondo ha riconosciuto la correttezza di questa scelta. Del resto è inevitabile, la massa sta scomparendo dai paesi occidentali, dall’avanzare delle piccole imprese (sopratutto nel settore high-tech) alla flessibilità contrattuale necessaria per affrontare la competizione economica, dalla fine dell’ideologie al localismo. Esistono ormai troppe scelte e strade poiché una massa, ovvera un gruppo omogeneo a diversi livelli di persone, possa continuare ad esistere.
Tutto ciò non significa affatto, però, che questo sarà il secolo della destra, inteso nel senso esposto prima. D’altronde abbiamo già provato i frutti avvelenati del liberalismo di sinistra, dalla Rivoluzione Francese con i suoi eccessi sanguinari ed ateistici (con il culto della dea Ragione), al permissivismo sessantottino gli sfaceli della sinistra si sono mostrati in qualsiasi settore. Avendo già dato orribile prova di sè non può ancora far molto danno impunemente, sia perché la misura è colma, sia poiché neanche un idiota può fare lo stesso errore più di tanto, se non altro cederà per stanchezza.
Non si tratta solo di una vittoria per abbandono, benché sia vero che in una situazione complessa la decisione giusta sarà adottata solo dai più intelligenti o interessati ad un argomento, che sono per definizione una minoranza, ma man mano che tutti vedono la realtà dei fatti, la verità diviene la scelta più semplice, perché mentre prima di un evento sia la previsione corretta che quella errata sono entrambe teorie, dopo solo la menzogna rimane un castello in aria.
Un mondo di libertà intesa come distruzione senza raziocinio, ideologia della libertà, sarebbe deleterio perché spezzerebbe lo spazio di libertà reale, fondato su legami di verità, creerebbe un mondo caotico, confuso, governato da formali procedure bizantine create per tenere assieme contesti differenti. In ultima istanza danneggerebbe la libertà stessa, rendendola priva di efficacia reale. La scuola odierna ne é, in parte, un buon esempio, non esistendo il merito uno studente è essenzialmente libero di fare quel che gli pare, entro certi limiti, senza conseguenze, ma quando arriva nel mondo reale, del lavoro, si accorge che le competenze acquisite sono inutili, che abbia studiato o meno il sistema è così privo di guida e senso che non ha valore per il mondo esterno. Al limite può essere un titolo necessario, ma privo di valore in sé, un sei od un nove, se hanno qualche valore, lo mantengono solo dentro la scuola, dopo sono simboli vuoti.
Solo una struttura comune, un ordine, anche se semplicemente nel senso astratto di merito (la nozione di merito è comunque sempre legata ad un principio pratica, ad esempio il merito di un mafioso non è il merito di un carabiniere), può costruire un valore reale, trasmissibile da un contesto all’altro. Ad esempio negli Stati Uniti laurearsi e farlo in una certa università conta, indica un valore non legale, ma sostanziale.
Questo sarà il secolo della destra perché è un secolo veloce, dove gli errori si vedono e si pagano subito, e dove le diverse concezioni della società, dell’amore, della vita si scontrano, perciò solo un mondo di destra, fondato sull’uomo e sui principi e non sul popolo e sulle ideologie, può rimanere in piedi.
Le politiche adottabili per affrontare la questione del rapporto tra diverse culture sono varie, nondimeno quelle finora adottate in Europa sono tutte fallite, dal multiculturalismo Olandese all’integrazionismo francese. Spesso i cattivi risultati non hanno portato ad un completo cambio di rotta, con risultati incoerenti e comunque pericolosi.
Il problema è nello stesso schema mentale adottato, ovvero considerare la cultura come un qualcosa di diverso dall’individuo ma che questi porta comunque con sé, il che ha portato alla discriminazione in entrambi in sensi, ma, positiva o negativa che sia, un’ingiustizia è sempre un’ingiustizia, che sia in un senso o nell’altro.
La soluzione richiede di cambiare mentalità: «Chi emigra tende a perdere inevitabilmente il suo patrimonio di storia e cultura, perché ciò non è in lui, ma nella società, non nella sua singola persona, che ne conserva solo la parte individuale, ma nell’insieme delle persone, nelle interconnessioni che essi costituiscono. Per lo stesso motivo, non può ricreare ciò che ha abbandonato nel luogo ove immigra, perché ciò distruggerebbe la società originale ivi presente». Questo comporta che se alcuni costumi creano problemi oggettivi alla società ospite, vanno proibiti. «Questo non costituisce una limitazione della libertà del nuovo cittadino, anzi è essenziale per essa, dato che gli permette di inserirsi nel nuovo ambiente, ed evita la formazione di ghetti culturali».
La sinistra non lo ha capito, come molte altre cose, e pertanto di fronte a problemi che richiedono di cambiare i suoi dogmi, reagisce in modo isterico e tardivo, come recentemente sulla questione espulsioni. Nel giro di un giorno il problema è divenuto da trascurabile a fondamentale tanto che Prodi ha assicurato che simili avvenimenti non accadranno più, non ha però detto come li impedirà, forse spera di scoprirlo grazie a qualche seduta spiritica, come sua abitudine.
L’ingiustificabile origine della violenza
La violenza è rampante in tutte le società occidentali, soprattutto è spesso dovuta in gran parte ai “diversi” persino negli Stati Uniti dove l’immigrazione e la diversità sono integrati nella società, tanto che Jesse Jackson (attivista nero) disse anni fa: «Non c’è niente di più doloroso per me… che camminare per strada, sentire dei passi ed iniziare a pensare ad una rapina, quindi guardarsi intorno, vedere un bianco e sentirsi rassicurati». Che siano una minoranza degli immigrati o meno, il punto è che gli immigrati sono la maggioranza dei criminali e quindi esiste una chiara correlazione, che non va negata, ma compresa per potere essere risolta.
Risolvere i problemi richiede cambiamenti mentali e legislativi. Ciò vale anche per evitare segregazioni, (auto-)imposte o meno, criminalità, povertà. Tutti aspetti legati, ma ciò non ha il valore di una giustificazione, come certa sinistra ancora ritiene, anzi ha il valore di un’avvertimento che gli immigrati dovrebbero cogliere.
Sono infatti sopratutto gli immigrati ad essere responsabili, come del resto ogni altro uomo, delle proprie fortune. A dover scegliere, per esempio, tra costumi difficilmente compatibili con la nostra società (il caso dei Rom è il più evidente), tra cercare un lavoro o dedicarsi all’accattonaggio e quindi verso la criminalità.
La società deve togliere tutti gli impedimenti legali (peraltro praticamente inesistenti in democrazia) e, d’altronde le facilitazioni, tutte discriminazioni che “ghettizzano” una persona e la vedono semplicemente come parte di un gruppo. Però il maggior lavoro è del singolo che sceglie il nostro Paese, perché se vuole smettere di sentirsi semplicemente ospite, deve iniziare comportarsi come italiano. Il che non si riduce a pagare le tasse o guardare partite di calcio, implica accettare gli onnipresenti simboli cattolici (che in Italia hanno spesso accompagnato e sostituito il liberalismo in questioni come il libero arbitrio/libertà individuale), occuparsi dell’educazione dei figli ma comprendere che, tutti loro vivono comunque in Italia, dove, per esempio, indossare il velo o portare pugnali rituali non è sempre possibile, per chiunque… In generale devono capire che nessuno vieta loro di comportarsi come membri di un determinato gruppo, ma questo non può andare contro l’essere cittadini italiani, non può portarli ad auto-segregarsi nella speranza di ricostruire l’ambiente d’origine. La loro nuova casa, anche se magari temporanea, è l’Italia.
Quando questo rapporto non viene risolto è normale che un immigrato si senta estraneo, venga trattato da estraneo (la diffididenza è reciproca e paritaria, ma gli italiani sono chiaramente in posizione di forza) e dunque trovi più facile, l’unica possibile, la strada della criminalità.
Da liberale ritengo che si debbano predisporre più linee di azione, overo che in ogni caso i crimini siano dei singoli, e come tali vadano puniti, duramente e giustamente (è così ovvio che se non fosse per certa sinistra e certa magistratura sarebbe inutile dirlo).
In secondo luogo dove si formano segregazioni, per esempio quartieri “etnici”, significa che manca uno dei presupposti della libertà, uno spazio comune, l’uguaglianza delle possibilità, quindi si debbano prendere provvedimenti.
In ultimo ai nuovi italiani, come in alcuni comuni si fa per i maggiorenni, andrebbero recapitate la costituzione ed altre fonti di informazioni ed appoggi, sia culturali che pratiche, ad esempio per imparare la lingua e cultura italiana (processo che andrebbe già predisposto nei loro Paesi nativi), ma anche per spiegare che la sanità è pubblica.
Sarebbero utili anche provvedimenti legislativi di altro tipo, ad esempio una riforma delle pensioni sul modello cileno permetterebbe agli immigrati di portarsi dietro la propria pensione qualora volessero tornare nel loro Paese di origine.
Dopotutto esistono principi comuni a tutti gli uomini, la libertà stimola ed affascina ogni persona, uno Stato liberale, con meno tasse, più responsabilità personale e più spazio vitale per oguno, sarebbe, dunque, un altro ottimo modo per far sentire più a casa i cittadini italiani, vecchi e nuovi.
Il danno peggiore che ha fatto, secondo me, il dominio sinistro in Italia, è il fatalismo, la mancanza di speranza («il mondo fa schifo, nessuno può farci nulla ed è colpa dei ricchi/forti/potenti»), quel vuoto di non senso, in cui molti, anche a destra non riescono a far meno di credere. Vorrei capirne il motivo.
Personalmente credo nel libero arbitrio, o nella libertà individuale, come si preferisce, penso che ogni lettore condivida questo fondamento. Però mi chiedo quanto conti l’ambiente, lo spazio logico e fisico in cui viviamo per l’esercizio e l’ampiezza reale della propria libertà. Me lo chiedo perché le nostre categorie logiche, le parole ed i concetti che usiamo sono necessariamente artificiali, indispensabili per comprendere le cose, ma solamente parti di quel complesso unicum interdipendente che è la realtà. Creano uno schema, un ordine, attraverso il quale vedere più chiaramente ciò che accade, ma così facendo restringono la visuale, costringendola ad un angolo.
Questa complessità è sempre stata di fronte ai nostri occhi, durante la nostra vita personale e la nostra storia culturale, ma oggi è ancor più vivida. Quando eravamo bambini, pensavamo da bambini e vivevamo da bambini, il nostro spazio era necessariamente ristretto dai nostri genitori per evitare che ne avessimo dei danni fisici e mentali. Diventati adulti le cose si sono complicate, perché siamo certamente più liberi, ma al contempo viviamo in una società, assieme ad altri individui, condizionati dai loro comportamenti e dalle leggi. Questo non implica necessariamente una limitazione della libertà, quanto piuttosto determina i modi in cui questa può essere usufruita. Ad esempio Kafka in vita fu praticamente ignorato perché incapace di far pubblicare le sue opere, fu un suo amico a renderlo celebre postumo (peraltro contrariamente al suo volere, dato che lo scrittore avrebbe voluto la distruzione delle sue opere). Se Kafka fosse vissuto in una società diversa, come la nostra, dove anche tramite piccoli passi, come aprire un blog e costruire una cerchia di lettori, si può ottenere qualcosa probabilmente il successo ottenuto lo avrebbe aiutato a superare le sue limitazioni e quindi permettergli di lavorare come scrittore.
Storicamente l’incontro con altre culture, tramite l’immigrazione e la globalizzazione, ha portato l’odierna società a risaltare sempre più la “diversità” del mondo. Una complessità che sopratutto gli immigrati, stretti tra due mondi, si trovano a dover affrontare. Il caso di Hina, la ragazza pachistana uccisa dalla famiglia per questioni di onore ben lo dimostra, il comportamento della famiglia mostra chiaramente il conflitto tra il pentimento (il padre si è dichiarato colpevole ed era evidentemente triste) e il senso di necessarietà del gesto compiuto per “terminare” l’allontanamente dello ragazza dalla tradizione pachistana. Nessuno li ha costretti a venire in Italia, ma probabilmente le condizioni del loro Paese li hanno costretti ad allontanarsene.
Siamo liberi, ma liberi di scegliere tra ciò che esiste e non di plasmare la nostra stessa libertà.
Niente e nessuno può giustificare il gesto della famiglia di Hina, il gesto del padre ed il silenzio della madre; oppure i no-global che distruggono ed attaccano le forze dell’ordine. Tutte queste persone scelgono consapevolmente la strada sbagliata e sono colpevoli dei loro errori e della loro situazione. Però non si può negare che l’ambiente incida loro possibilità. Opporsi alla criminalità, per esempio, probabilmente richiede più coraggio al sud che al nord.
Ma non è semplicemente questo il punto, perché per quanto difficile rimanga qualcosa è pur sempre tra le nostre scelte. Un altro problema sorge quando la legge o l’informazione incentivano una scelta piuttosto che un’altra, basti pensare al caso delle fonti di energia alternativa che molti, genuinamente, pensano poter essere una soluzione, quando invece non potranno mai costituire più del 20-25% delle fonti energetiche. Certo le fonti di informazione e le persone che ci rappresentano le scegliamo noi, ma se scegliamo una posizione per caso o perché i nostri genitori la difendevano potremmo rimanere intrappolati in una visione distorta. Se una persona inizia a leggere da piccola Repubblica, e quindi pensa che sia vera, probabilmente diventa di sinistra, ma non è solo colpa sua, perché non ha modo per capire che è in gran parte falsa.
Oppure sì ? L’ambiente determina le nostre scelte, è vero, determina quello tra cui possiamo scegliere, perché se uno è libero lo sono tutti, quindi le azioni di ognuno hanno effetto, in parte, su tutti. Questo è liberale, è vero, passare però da questo a dire che dato che fare la cosa giusta talvolta è difficile si può perdonare chi al sud protegge con omertà e connivenza la criminalità, non lo è. Dire che c’è stato un tempo in cui era giusto essere comunisti/fascisti per proteggere l’italia dai neri/rossi non è corretto, giustificare il proprio errore con gli errori di altri, usare scuse alla Rousseau (è colpa della società) per assolvere qualcuno, oltre ad essere anti-liberale, è stupido, e francamente inaccettabile, perché siamo liberi e singolarmente potenti, cioè ognuno di noi può, forse non cambiare il mondo o lo Stato, ma la propria vita sì. Pur essendo rinchiusi in un’ideologia sinistra, infatti, c’è sempre un banco di prova accessibile a tutti: la realtà. Per quanto possa apparire complicata ed inestricabile, comunque esiste ed è lì la testimoniare la bontà, o malvagità, delle nostra azioni.
Per questo il maggior danno della sinistra è il fatalismo, perché impedisce di cambiare le cose, di avere visioni diverse, di avere il coraggio di osare, è il fondamento del controllo sociale, la negazione della libertà individuale. Peraltro è, in parte, anche un sintomo di malattia mentale considerando che il suicidio è scelto da chi vede come unica soluzione seguire una logica che porta alla morte, cioè da chi pensa che lo stato di cose lo costringa a quella scelta.
I politici, gli imprenditori, gli intellettuali, chiunque abbia posizioni di potere reale ed effettivo ha una grande responsabilità, comunque se lo sia guadagnato, che sia stato eletto per creare la legge, o si sia costruito la sua impresa, ma se una città oppure un Paese corre verso il declino essi non hanno maggiori colpe degli altri cittadini. Magari non ne hanno nessuna.
Avere più responsabilità significa semplicemente avere più potere, che le proprie azioni hanno un effetto più grande, non vuol dire che un errore non sia un errore, piccolo o grande che sia è uguale per oguno che lo commetta. Inoltre, dato che il tempo è limitato, una grande responsabilità pubblica solitamente significa una piccola responsabilità privata, chi è “potente” lavora più di una persona normale quindi, per esempio, se ha figli, è meno responsabile della loro educazione di una persona normale.
Se anche esistesse un essere perfetto, il tempo e le altre limitazioni materiali lo porterebbero comunque a fare delle scelte, quindi ad avere difetti ad essere meno di alcuni in certi campi. In ultima istanza non esistono “uomini più” di altri, questa è l’assicurazione finale che ognuno è libero allo stesso modo.
La teoria delle reti è un’area di ricerca molto interessante, la cui importanza investe tutte le discipline, perché, seppur con grandi variabilità, un grave difetto (o meglio una conseguenza comune frutto di una mentalità condivisa) di tutte le scienze è quello di aver diviso infinitamente piccolo ed infinitamente grande, il sistema dall’elemento, e dal trattarli entrambi come singoli. Le reti offrono un ponte fra questi due ambiti, fornendo una struttura comune per lo studio di vari fenomeni. Francamente più che una proprietà comune di vari oggetti di studio, a me sembra una proprietà comune dei metodi con cui sono stati studiati gli oggetti, ma in fondo questi sono dettagli, almeno in questa discussione.
Un elemento dirimente, sebbene implicito, delle tipologie di rete è quella della libertà. Infatti reti formate secondo principi casuali/arbitrari danno vita a reti uniformi, in cui i nodi sono statisticamente molto simili, un esempio reale è la rete stradale, le grandi città non hanno un numero di strade che le collegano ad altre significativamente più alto delle piccole (nel senso che le direzioni, nord/sud/est/ovest, sono quelle). Nel caso delle strade, e generalmente della realtà, si parla più di arbitrario che di casuale, ma matematicamente il concetto è uguale: ogni elemento-base (città) ha la stessa probabilità di avere un certo numero di nodi. In una rete casuale nessuno è più importante di altri, per far collassare la rete bisogna danneggiare un certo numero di nodi qualsiasi.
Un altro caso è quello delle scale-free networks, che si formano perché alcuni nodi, alcune scelte, valgono più di altri. In queste reti esiste valore, quindi libertà di scelta. Internet appartiene a questa categoria, ma anche la rete degli aeroporti. In un mondo libero, è molto più probabile scegliere i migliori, i ricchi diventano più ricchi, ma i vantaggi non sono estesi a loro, infatti l’esistenza di questi centri rende la rete, cioè tutti, molto più resistente agli errori, perché in una rete “casuale” un certo numero di errori fa collassare tutto, mentre in questo caso solo colpendo i centri più importante il sistema viene compromesso, dunque una rete libera è una rete migliore.
É ovvio che le analogie, pur essendo strumenti utili, comportano dei rischi intrinseci, cioè quello di partire da paragoni corretti e, spingendosi “troppo in là”, giungere a conclusioni sbagliate. Ciò nondimeno e anche se la libertà (tecnicamente la regola del preferential attachment ed i valori di fitness dei nodi) è solo una delle spiegazioni possibili, è affascinante e indubbiamente empiricamente vero che una rete in cui ognuno ha le stesse possibilità di accesso, ma diverso merito, i migliori hanno più possibilità e questa caratteristica porta vantaggi ad ognuno di noi, fornendoci un punto di riferimento ed una topologia più sicura.
Veltroni ce l’ha fatta, per la sua nomina il 13 ottobre ha concesso il diritto di voto cani, gatti, mummie (per questo ha annunciato la sua candidatura da Torino, dove c’è il museo egizio), nani da giardino e morti viventi, ma nonostante tutto è riuscito a farsi votare da meno persone di Prodi, un trionfo inaspettato. Quattro milioni contro tre milioni e trecentomila, ovviamente entrambi i dati sono discutibili, ma quando menti sempre contano solo le dimensioni delle tue bugie.
Ricorderete bene che, benchè non sia mai stato comunista, pur essendo stato iscritto per ventuno anni al PCI (iniziò a 15 anni con la Federazione Giovanile), la sua investitura, come quella di Putin, ha ricalcato i vecchi rituali sovietici, con una sorta di invocazione di Fassino dell’eroe, dell’uomo nuovo.
Eh sì, 21 anni da comunista, durante i quali non è si è mai sentito tale, ma non si pensi male,semplicemente l’uomo è un po’ tardo, cioè lento e moderato nelle scelte, infatti ha dichiarato che fin dalla caduta del Muro di Berlino sognava il Partito Democratico, ma nonostante questo ha aspettato 18 anni per farsì nominare capo della nuova creatura, senza fare assolutamente niente di reale per favorirla. Del resto è l’uomo dei sogni, del cinema, del “I care”, cioè del “mi interesso” (il che non vuol dire che faccia qualcosa). Se agisse poi lo si accuserebbe di tradire i suoi ideali.
Agire e fare quello che dice non è cosa per lui, infatti non appena ha deciso l’unica cosa della sua vita, ritirarsi a vita pubblica in Africa, ha dovuto subito rinnegarla per diventare segretario del PD, ma non vi preoccupate cittadini di Roma nonostante ciò si vada ad aggiungere alle inaugurazioni a cui presenziare, a mostre e festival da presentare, ai libri da scrivere, Veltroni continuerà a non fare niente come sindaco ed intascare lo stipendio perché lui vi rispetta.
Il partito-sogno comunque si è infine avverato, un partito fatto di «Tante culture, tante sensibilità (le ha tutte lui, comunque, per questo non c’è bisogno di correnti), un partito di donne, di ragazzi, di ragazze (governato però da cinquantenni)». Immagina il PD così: «Un partito che sia a fianco degli imprenditori, dei giovani che cercano lavoro, dei meridionali oppressi dall’Antistato». Qui si vede il genio del venditore di fumo, il salto di qualità necessario per passare da post-comunista (non essendo mai stato comunista, ovviamente) a democratico, non più quadratura del cerchio, ma ipercubo, la prima è impossibile, il secondo semplicemente non esiste nel mondo reale. Sempre due cose che non possono essere realizzate, ma il cambiamento non è mica da poco.
Se non altro questo rende facile il lavoro dei giornalisti che devono riassumere le parole di Veltroni: «Tutto. Il suo contrario».
In massima parte i concetti sensati espressi da Veltroni sono al livello del buon senso comune, il che è sicuramente un incredibile miglioramento rispetto a prima, ma non è granché in senso assoluto.
In compenso un ipotetico programma di Veltroni sarebbe ancora peggiore di quello di Prodi, lungo uguale, meno spaventoso, ma ancor più vago ed etereo.
Inoltre, è ammissibile cambiare idea, presentarsi dopo una vita di politica nella sinistra come un uomo nuovo di centrosinistra, chiedere scusa, ammettere di aver sbagliato e sfruttare la propria esperienza come guida. Sarebbe ammissibile e con quello stile patetico tipico del personaggio sarebbe anche proficuo in termini elettorali, probabilmente. Cioè che non è, invece, accettabile è far finta di essere qualcun altro, rinnegare sé stessi, darà fastidio alla sinistra e non piacerà agli altri, che non vogliono essere considerati degli idioti.
In fondo l’errore principale della sinistra è tutto qui: La realtà è un optional.
Questo reca danno anche a loro, perché anche se uno volesse essere di sinistra non può esserlo allo stesso modo (comunque errato) di trentanni fa, per il semplice fatto che quel mondo è scomparso, tutti i suoi paradigmi, i suoi fondamenti, sono finiti ovvero devono essere cancellati: la massa (es. la televisione perde ovunque spettatori, l’urbanizzazione diventa policentrica, etc.), il dominio delle grandi aziende (negli Stati Uniti le piccole aziende creano più posti di lavoro delle grandi e, soprattutto nei settori high-tech, sono protagonisti dell’innovazione e della rapida crescita), il lavoro fisso (secondo il dipartimento del lavoro USA gli studenti di oggi saranno passati attraverso 10-14 lavori a 38 anni), l’intervento statale (il welfare state è semplicemente economicamente insostenibile, così come il protezionismo dei mercati nazionali), le alte tasse (le tasse vengono abbassate ovunque, perché lo Stato non è più in grado di coprire i diversi interessi della sempre più variegata popolazione e questo genera crescita), anche se uno sentisse l’insano bisogno di essere di sinistra dovrebbe accettare questi cambiamenti nel caso in cui volesse a sua volta governarli.
Questo, Veltroni ed il PD non lo hanno capito, i suoi dirigenti non sono capaci e non vogliono adattarsi, vuoi per l’età, vuoi per la convenienza di non andare incontro alle resistenze dei nostalgici. La recenta nomina bulgare e le parole fumose e contraddittorie di Veltroni lo confermano definitivamente.
Un metodo, qualsiasi esso sia, scientifico o sociale, si fonda su principi, su considerazioni, identificate in modo variamente preciso e rigido a seconda del contesto. É chiaro che un tipo di geometria richiede assiomi più chiari di un sistema educativo, ma non di meno entrambi richiedono un fondamento.
É stato detto molte volte, ma ripeterlo non è un male. Così come è vero che uno scienziato deve chiedersi se un certo procedimento è applicabile ad una determinata situazione se non vuole invalidare i suoi risultati, allo stesso modo deve chiedersi se le sue ricerche servono a guarire il cancro oppure a sterilizzare un determinato gruppo sociale, e se magari possono essere utilizzati per entrambi gli scopi deve chiedersi quale dei due sta servendo in quel momento, ovvero per chi lavora.
Questo è vero indipendemente da ciò che uno ritiene giusto e sbagliato, è necessario per capire le reali conseguenze delle proprie azioni, perché ogni metodo, ogni procedura, porta a determinati risultati solo se sono valide le premesse. Altrimenti sballa il sistema.
Un sistema chiamato democrazia
La democrazia è un sistema di governo, una serie di principi e metodi, che possono applicarsi a varie forme di governo, ad esempio una repubblica parlamentare o presidenziale. Ironicamente Repubblica Democratica costituiva il nome formale di molte dittature comuniste, ma questa, per fortuna, è storia.
Più precisamente le democrazie moderne sono democrazie liberali, vale a dire che sono fondate sui principi liberali di dignità intrinseca dell’uomo, di limitatezza del potere statale, di distinzione tra spazio (e proprietà) pubblico e privato. Al di là della precisione formale (in parte, così enunciati, sono sovrapposti) rappresentano il fondamento di ciò che una persona comune si aspetta dal proprio stato.
Escluse le considerazioni pratiche, ad esempio il fatto che pochissimi sosterrebbero Prodi adesso e che chiunque l’abbia votato probabilmente si odia ogni istante di più, ci si accorge che rimangono comunque falle in questo sistema fintanto che si accettano tutte le premesse, ovvero che il metodo tenta sempre più di negare i suoi principi e che i risultati non sono, in ogni caso, positivi.
Come è possibile ? La società è cambiata, il Paese è in declino e sono gli stessi cittadini a voler violare, a chiedere di negare quei principi, ad andare contro il bene, la prosperità economica e la libertà sociale, che teoricamente la democrazia dovrebbe favorire. La tensione tra la componente democratica e quella liberale c’è sempre stata, ma oggi assume forme curiose, non si tentano più di togliere diritti, ma di inventarne di nuovi, di irrigidire la libertà. Anche il perseguire la rotta errata è cosa comune nella storia della democrazia, ma ora il concetto di scorretto è inteso in senso diverso a seconda dei soggetti, ciò che è errato per un soggetto diviene corretto per altri, tutti i pesi sono da una parte e tutti i vantaggi dall’altra e chi dovrà subire le conseguenze saranno solo quelli nel gruppo dei “perdenti”.
Il peso del cambiamento
Ogni cambiamento sostanziale genera una qualche forma di violenza, una risposta improvvisa e inaspettata (da chi non è a contatto con il cambiamento), il che comporta sempre rischi. Prima della democrazia questo portava a delle rivoluzioni, oggi, sebbene le democrazie fragili spesso vacillino, riescono comunque ad assorbire il colpo ed adattarsi. L’Italia degli anni di piombo è un ottimo esempio, si è arrivati al limite, ma la democrazia ha tenuto, nonostante tutte le sue debolezze strutturali, perché comunque i principi erano garantiti ed i metodi, bene o male, funzionavano.
Oggi non è più così. Il problema, come spesso accade, è che il contesto non è più quello di un tempo e quindi il metodo non rispetta più i principi, ovvero lo fa solo in parte e questo genera distorsioni. Inoltre, è qui sta l’eccezionalità, mai prima d’ora il nuovo è meno rappresentato del vecchio, ci sono più anziani che giovani, sopratutto ai posti di comando e il cambiamento in atto fa sì che non ci sia più collegamento, né un minimo ricambio, tra anziani e giovani, che, volenti o nolenti, non riescono ad incontrarsi.
La complessità della questione è elevata, per capirlo giova riprendere due esempi fatti in precedenza: quello della calligrafia e del merito. Un tempo la calligrafia era importante, perché se non eri in grado di scrivere velocemente e comprensibilmente non potevi comunicare facilmente, oggi invece conta più saper usare il computer. I professori che fino a pochi anni fa insistevano con l’esercizio della calligrafia sbagliavano, quindi, e probabilmente anche loro, adesso, lo riconoscerebbero.
Ma potevano fare altrimenti ? Potevano lasciar perdere la calligrafia ed affidarsi ad un computer ? No, perché loro non sapevano usare il computer, potevano soppravvivere senza (anche perché la maggior parte di questi era anziana) e per loro conveniva continuare in quel modo piuttosto che fare lo sforzo, economico e personale, di adoperare il computer. Inoltre se lo avessero fatto sarebbero diventati loro gli allievi, perdendo il loro ruolo di insegnanti.
Il caso del merito fa ancor più riflettere: «Ma non tutto il merito è un bene in sé, perché bisogna capire di quale merito parliamo, di chi sono questi criteri di merito, ad esempio il merito per un comunista è l’appiattimento sull’ideologia, ma non per tutti è così». Per un comunista più applichi senza pensare, più fai richieste anacronistiche ed ormai prive di alcun senso, più sei comunista, l’errore è proprio nel fatto di scegliere di essere comunista (in realtà questo è vero da sempre, ma oggi è più evidente).
In entrambe le situazioni i vantaggi e le rigidità di una scelta passata, anche se essa non è più valida, rendono più conveniente l’opzione scorretta, in pratica l’unica possibile. Il punto è che quei sistemi sono chiusi, quindi solo in caso di grandi cambiamenti indotti esternamente possono cambiare altrimenti continueranno fino ad esaurimento.
Non accuso insegnanti o sinistrorsi di essere stupidi, li accuso di non comprendere il loro ruolo, di essere talmente addentro ad un sistema morente da non essere in grado di trovare l’uscita, peggio di trovarsi meglio nella loro artefatta ed erronea visione, sapendo che essa non dà risultati, piuttosto che in una realtà che deve essere popolata da nuove visioni, deve essere compresa di nuovo, poiché essa è cambiata.
Questo è essenzialmente il problema della democrazia, il motivo per cui essa è la «peggior forma di governo escluse tutte le altre» (Winston Churchill), perché richiede un grande sforzo, una notevole curiosità intellettuale di fronte ai cambiamenti per capire nuovamente la realtà, per ri-comprenderla, non richiede eroi, necessita che ogni cittadino, almeno per cinque minuti, in certi momenti della sua vita abbia il coraggio di un eroe nel riscoprire la realtà, ridiventata ignota.
La situazione italiana è tragica, il nostro Paese è in declino da decenni, c’erano scelte da fare, pesi da sopportare, che andavano intraprese trent’anni fa, ogni persona della cosiddetta classe dirigente, e la maggior parte dei cittadini, lo sa, compresi certamente Prodi e compagnia, ma per loro continuare sulla vecchia strada è più conveniente, al massimo possono lanciarsi in accorati (quanto patetici) appelli, ma una qualsiasi modifica di rotta manderebbe molti di loro a gambe all’aria, dovrebbero rischiare, cosa che non hanno mai fatto in tutta la loro vita, che non sono stati addestrati a fare.
Dovrebbero avere coraggio e fare quella che per loro è la scelta scorretta, perché loro sono la maggioranza delle persone, come lo sono i pensionati nei sindacati, quindi per loro conviene continuare a spendere, a permettere di vivere con la pensione per trent’anni almeno, a rimanere immobili. Non è un problema, è un vantaggio, li protegge dai rischi e gli consente di sopravvivere, perché loro sono vecchi e la ricchezza che i loro padri hanno costruito probabilmente basterà a sostenerli fino alla morte.
L’impero romano, pur decadente, ha resistito per secoli, a loro basta qualche decennio. Saranno i loro figli e nipoti a pagare, che già ora pagano.
Evoluzione del concetto di democrazia
Ecco perché un metodo non basta, ecco perché la democrazia è tanto potente, perché la fortuna di un Paese dipende dai suoi abitanti, e quando la maggioranza di questi diventa anziano, e solo pochi sono disposti a continuare a cercare di comprendere la realtà, a condividere la loro competenza con gli altri, ad interessarsi al Paese, la democrazia permette loro di fare quello che vogliono, di garantirsi una fine dignitosa, anche se il futuro, per gli altri, sarà fosco.
E possono permettersi di chiamare i giovani “bamboccioni”, anche se sono loro a renderli tali, a chiudergli ogni strada e costringerli a tale scelta.
Non so quanti danni riuscirà ancora a fare questo governo, questa sinistra, queste persone che ancora li sostengono, se l’Italia si risolleverà mai. Comunque vada questa classe dirigente, ora al comando, che è composta da persone che non hanno fatto altro che perdonarsi a vicenda per le violenze, il terrorismo e tutti i fallimenti di cui ognuno di loro è fiero autore, sarà ricordata dalle generazioni future, attraverso le loro marce per la pace, i loro vaghi sostegni, i loro appelli ed annunci, come un gruppo di persone che può anche comprendere che talvolta è necessario un sacrificio, magari ha anche una coscienza da qualche parte, ma che troppo a lungo ha vissuto in un mondo di carta e menzogne ed ora non sa come uscirne, né vuole farlo.
A parte andarsene Prodi non può far niente di buono, si sa, e a lui non si chiede altro, solo che ogni tanto va ricordato e ribadito che ciò vale anche per i suoi amici e complici nelle varie corporazioni italiane.
Sto forse suggerendo una rivoluzione/dittatura ? Certo che no. D’altronde una volta il futuro era rappresentato dalle giovani generazioni presenti, era fisicamente incombente e preponderante, e l’età media più bassa della classe dirigente faceva sì che futuro e presente si bilanciassero, che comunicassero e che comunque il futuro riguardasse, variamente, tutti. Se ricordate le considerazioni da cui eravamo partiti troviamo il problema, da una parte molti dirigenti sono troppo anziani per comprendere il presente ed interessarsi al futuro, dall’altra il futuro è obiettivamente esiguo.
Innanzitutto bisogna, dunque, incentivare notevolmente nuove nascite, se non altro per non peggiorare la situazione attuale, altrimenti, anche se si riuscisse a migliorare la situazione economica, la società degenerebbe inevitabilmente verso contrapposizioni più o meno extra-democratiche e povertà a lungo termini. Questo non eliminerebbe comunque il problema centrale, che è quello di risolvere l’inevitabile conflitto di interessi generazionali, ma eviterebbe che peggiori.
É chiaro che federalismo e neoliberismo diverranno sempre più integrati all’interno del concetto di democrazia moderna, così come dopo la Seconda Guerra Mondiale il liberalismo ne è diventato un fondamento, perché solo liberando le persone da un noi vissuto inevitabilmente come oppressivo ed estraneo (il “noi” anziani contro il “noi” giovani che si danno fastidio a vicenda) si potranno avere io liberi, responsabili ed in grado di difendere i propri interessi (il modello pensionistico cileno di cui si è parlato è un ottimo esempio, libera tutti e non reca danno a nessuno).
Ovviamente ciò non riguarda solo anziani e giovani, ma anche tutte le altre divisioni che sorgono nel momento in cui il modello di Stato-Nazione, ovvero di uno Stato in gran parte chiuso e monoculturale viene a cadere, e quindi bisogna trovare un modello in cui le libere scelte non conducono alla disgregazione sociale e/o statale, il caso “giovani” ed “anziani” è semplicemente il più evidente e simbolico.
Tutto ciò basterà ? Pretendere di poterlo prevedere con certezza sarebbe pura superbia, di certo rimarranno campi da decidere in comune, ma l’esperienza maturata allora servirà a risolvere i problemi sorti, come sempre, perché la democrazia ha fallito, continua a fallire, ma si riprende anche, se ci ricorda che il suo scopo è rendere vantaggiosa la convivenza comune.