Le politiche adottabili per affrontare la questione del rapporto tra diverse culture sono varie, nondimeno quelle finora adottate in Europa sono tutte fallite, dal multiculturalismo Olandese all’integrazionismo francese. Spesso i cattivi risultati non hanno portato ad un completo cambio di rotta, con risultati incoerenti e comunque pericolosi.
Il problema è nello stesso schema mentale adottato, ovvero considerare la cultura come un qualcosa di diverso dall’individuo ma che questi porta comunque con sé, il che ha portato alla discriminazione in entrambi in sensi, ma, positiva o negativa che sia, un’ingiustizia è sempre un’ingiustizia, che sia in un senso o nell’altro.
La soluzione richiede di cambiare mentalità: «Chi emigra tende a perdere inevitabilmente il suo patrimonio di storia e cultura, perché ciò non è in lui, ma nella società, non nella sua singola persona, che ne conserva solo la parte individuale, ma nell’insieme delle persone, nelle interconnessioni che essi costituiscono. Per lo stesso motivo, non può ricreare ciò che ha abbandonato nel luogo ove immigra, perché ciò distruggerebbe la società originale ivi presente». Questo comporta che se alcuni costumi creano problemi oggettivi alla società ospite, vanno proibiti. «Questo non costituisce una limitazione della libertà del nuovo cittadino, anzi è essenziale per essa, dato che gli permette di inserirsi nel nuovo ambiente, ed evita la formazione di ghetti culturali».
La sinistra non lo ha capito, come molte altre cose, e pertanto di fronte a problemi che richiedono di cambiare i suoi dogmi, reagisce in modo isterico e tardivo, come recentemente sulla questione espulsioni. Nel giro di un giorno il problema è divenuto da trascurabile a fondamentale tanto che Prodi ha assicurato che simili avvenimenti non accadranno più, non ha però detto come li impedirà, forse spera di scoprirlo grazie a qualche seduta spiritica, come sua abitudine.
L’ingiustificabile origine della violenza
La violenza è rampante in tutte le società occidentali, soprattutto è spesso dovuta in gran parte ai “diversi” persino negli Stati Uniti dove l’immigrazione e la diversità sono integrati nella società, tanto che Jesse Jackson (attivista nero) disse anni fa: «Non c’è niente di più doloroso per me… che camminare per strada, sentire dei passi ed iniziare a pensare ad una rapina, quindi guardarsi intorno, vedere un bianco e sentirsi rassicurati». Che siano una minoranza degli immigrati o meno, il punto è che gli immigrati sono la maggioranza dei criminali e quindi esiste una chiara correlazione, che non va negata, ma compresa per potere essere risolta.
Risolvere i problemi richiede cambiamenti mentali e legislativi. Ciò vale anche per evitare segregazioni, (auto-)imposte o meno, criminalità, povertà. Tutti aspetti legati, ma ciò non ha il valore di una giustificazione, come certa sinistra ancora ritiene, anzi ha il valore di un’avvertimento che gli immigrati dovrebbero cogliere.
Sono infatti sopratutto gli immigrati ad essere responsabili, come del resto ogni altro uomo, delle proprie fortune. A dover scegliere, per esempio, tra costumi difficilmente compatibili con la nostra società (il caso dei Rom è il più evidente), tra cercare un lavoro o dedicarsi all’accattonaggio e quindi verso la criminalità.
La società deve togliere tutti gli impedimenti legali (peraltro praticamente inesistenti in democrazia) e, d’altronde le facilitazioni, tutte discriminazioni che “ghettizzano” una persona e la vedono semplicemente come parte di un gruppo. Però il maggior lavoro è del singolo che sceglie il nostro Paese, perché se vuole smettere di sentirsi semplicemente ospite, deve iniziare comportarsi come italiano. Il che non si riduce a pagare le tasse o guardare partite di calcio, implica accettare gli onnipresenti simboli cattolici (che in Italia hanno spesso accompagnato e sostituito il liberalismo in questioni come il libero arbitrio/libertà individuale), occuparsi dell’educazione dei figli ma comprendere che, tutti loro vivono comunque in Italia, dove, per esempio, indossare il velo o portare pugnali rituali non è sempre possibile, per chiunque… In generale devono capire che nessuno vieta loro di comportarsi come membri di un determinato gruppo, ma questo non può andare contro l’essere cittadini italiani, non può portarli ad auto-segregarsi nella speranza di ricostruire l’ambiente d’origine. La loro nuova casa, anche se magari temporanea, è l’Italia.
Quando questo rapporto non viene risolto è normale che un immigrato si senta estraneo, venga trattato da estraneo (la diffididenza è reciproca e paritaria, ma gli italiani sono chiaramente in posizione di forza) e dunque trovi più facile, l’unica possibile, la strada della criminalità.
Da liberale ritengo che si debbano predisporre più linee di azione, overo che in ogni caso i crimini siano dei singoli, e come tali vadano puniti, duramente e giustamente (è così ovvio che se non fosse per certa sinistra e certa magistratura sarebbe inutile dirlo).
In secondo luogo dove si formano segregazioni, per esempio quartieri “etnici”, significa che manca uno dei presupposti della libertà, uno spazio comune, l’uguaglianza delle possibilità, quindi si debbano prendere provvedimenti.
In ultimo ai nuovi italiani, come in alcuni comuni si fa per i maggiorenni, andrebbero recapitate la costituzione ed altre fonti di informazioni ed appoggi, sia culturali che pratiche, ad esempio per imparare la lingua e cultura italiana (processo che andrebbe già predisposto nei loro Paesi nativi), ma anche per spiegare che la sanità è pubblica.
Sarebbero utili anche provvedimenti legislativi di altro tipo, ad esempio una riforma delle pensioni sul modello cileno permetterebbe agli immigrati di portarsi dietro la propria pensione qualora volessero tornare nel loro Paese di origine.
Dopotutto esistono principi comuni a tutti gli uomini, la libertà stimola ed affascina ogni persona, uno Stato liberale, con meno tasse, più responsabilità personale e più spazio vitale per oguno, sarebbe, dunque, un altro ottimo modo per far sentire più a casa i cittadini italiani, vecchi e nuovi.
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