Curricola
Curricula è un termine un po’ curioso che serve per definire un programma di materie d’insegnamento. Dentro la scuola esiste infatti una regola non scritta, eppur fatta valere con fermezza, che impone di non riferirsi alle cose in termini comprensibili, bensì con ogni sorta di sinonimo complicato, circonlocutorio, neologistico, per dirla in breve, ricorrendo a pura e semplice scemenza semantica. Ecco allora che si parla di “sequenze tematiche”, anziché di argomenti, di “mappe concettuali”, anziché di schemi e di “griglie” per indicare le modalità, i tempi ed il perché delle quattro carabattole che vengono raccontate da insegnati, spesso residuati bellici del Sessantotto. Succede la stessa cosa che da qualche decennio corre nel mondo dell’amministrazione pubblica in generale e nella società ipocritamente solidaristica, demagogica, progressista, laddove gli spazzini vengono chiamati “operatori ecologici”, gli infermieri, “operatori della salute”, i barellieri, “supporto al trasferimento”, i beccamorti, “pompe-onoranze funebri” (nel lontano 600 d.c. il beccamorto era colui che tramite il morso del pollice della mano d’un defunto era in grado di capire se questi era morto per davvero, oppure se soffriva di morte apparente; tutto e sempre filato liscio fino al giorno in cui da un campo di battaglia arrivò un defunto senza le braccia, così senza perdersi d’animo scoprirono che mordendo l’alluce in luogo del pollice la procedura funzionava uguale; un giorno però arrivò un defunto senza braccia e senza gambe, etc, … la storia sarebbe ancora lunga), i ciechi, “non vedenti”, i sordi, “non udenti”, l’handiccappato, “diversamente abile”, e compagnia bella, cantando. A ben vedere, si tende al nascondere sotto un velo di perbenismo e convenzionalismo, ma la sostanza, la condizione, non cambia,
Dunque, che vengano cancellati i curricula incomprensibili e le centinaia di materie che sottendono il nulla, il vuoto spinto. Venga chiamata storia, la storia, e la si faccia insegnare da uno storico, non da dei laureati in filosofia, si chiami matematica la matematica e la si faccia insegnare da un matematico. Gli ingegneri insegnino l’ingegneria, e gl’informatici insegnino l’informatica, e via così.
La scuola professionale deve dare una sufficiente base culturale, ma soprattutto deve insegnare una professione.
Si dice che i vari progetti “Leonardo” abbiano lavorato a favore dell’integrazione fra scuola ed impresa, ma gli imprenditori si lamentano del fatto che il nuovo personale è sempre più fiacco intellettualmente, culturalmente e, peggio ancora, meno capace di inserirsi con facilità nelle mansioni.
I laboratori pratico-applicativi sono ridotti a ben poco, in nome di una sconsiderata liceizzazione dei bienni iniziali. Insomma, “Evviva Doroteo Arango Arámbula, detto Pancho Villa”.
E’ pur vero che la scuola non deve essere succube del mondo del lavoro e delle sue istanze, ma non deve neppure essere una specie di isola d’intelligentoni - solo ritenuti tali - sulla quale cresce invece l’ignoranza, da cui per fortuna il nozionismo d’un tempo aveva risparmiato le precedenti generazioni. Il mondo del lavoro va ripetendo da anni che abbisogna di maggiori competenze linguistiche, informatiche e professionali, e dunque, se si vuole che i ragazzi diplomati trovino lavoro, sarà meglio che si potenzi l’offerta proprio in questi settori, anziché inventarsi percorsi balzani come il “rapporto col territorio” o la “scienza della terra”, per non dire degli “osservatori della pace”.
Per quanto alle lingue, un palliativo immediato potrebbe consistere negli stages all’estero (per studio, non per fare una vacanza come ora spesso avviene, a carico del portafoglio dei genitori) scambi culturali, gemellaggi eccetera. Questa via, però, è spesso osteggiata dagli insegnanti di lingue, cui toccherebbe palesare ai propri studenti la triste verità, ossia che sette volte su dieci non sanno parlare la lingua che insegnano. Anche questi, sono gli esiti del Sessantotto.
D’altronde, non va nemmeno male l’idea d’un liceo classico in cui gli autori greci e latini si studiano nella versione italiana. Trascurando l’ovvio argomento a difesa dell’esercizio mentale della traduzione, ci si limita a constatare che questa scelta muove nella direzione opposta a quella praticata in tutt’Europa: sta sempre più sulla bocca di tutti, ma assai poco nel cervello, il costume, il piacere, da parte degli studenti europei di leggere i libri nella lingua in cui furono scritti i testi classici. Per citare appena il fatto che da noi, unico paese al mondo, si assiste ancora a films supportati, tradotti e doppiati, dalla lingua originale, in quella italica. Retaggio dell’analfabetismo imperante nel periodo ante-fascista. Siamo rimasti ancora fermi ai blocchi di partenza fissati al tempo della “Buonanima”, Benito Mussolini.
Si scovano pochi volenterosi che immaginino di spiegare agli studenti, come lo studio sia anche fatica, applicazione e, talvolta, sofferenza. Ogni cosa deve essere facile, gradevole, delicata, per dirla in gergo comune, “soft”. Peccato che il mondo non funzioni così, e che coloro che si sono davvero impegnati - gli sgobboni, merce rara - godano di preparazione infinitamente superiore rispetto a chi ha trascorso cinque anni nel dolce far nulla, graziato però da corsi di recupero, da debiti formativi, ed infine, da esami di stato che definire comici risulta riduttivo, certamente eufemistico.
Ebbene, per quanto attiene ai curricula, piacerebbe che si tornasse alla definizione di percorsi formativi con chiaro indirizzo in luogo dell’indistinto marasma d’oggigiorno. Provare per credere, basta sfogliare il documento ministeriale in cui sono elencate tutte le cattedre e le materie che vigono nel nostro sistema scolastico, e si capirà immediatamente tutto quanto.
Sopra ogni altra considerazione, si dovrebbe parlare nuovamente di studio, e non sempre e solo di scarsa motivazione, di colpe dei docenti che non stimolano gli alunni – eppur loro ne hanno parecchie - di debiti pregressi, di situazione ambientale non favorevole, di mobbing scolastico, abuso psicologico, emarginazione, etc. La verità sta nelle carenze che derivano anche da scarsa applicazione, da studenti che vengono scarsamente responsabilizzati, e dal sistema scuola che cumulativamente poco insegna. Alla fine, i respinti sono un’esigua minoranza, e dunque, sembra che abbiano ragione gli scansafatiche. Chi glielo fa fare?
Recupero - il Nuovo. Riparazione - il Vecchio?
Tra tutte le esiziali novità introdotte dalla trimurti B-DM-V (i ministri d’area progressista-socialista), quella che s’è mostrata senza ombra di dubbio la più relativista e dannosa, corrisponde ai corsi di recupero. Perfino i più refrattari fra gli insegnanti hanno dovuto constatare la grave inadeguatezza di questo strumento rispetto all’esigenza prioritaria di colmare le lacune manifestate dagli studenti.
L’idea balorda, in verità partita da D’Onofrio che di scuola sembra capirne tanto quanto un coccodrillo al sole, traeva origine dal voler sostituire una prassi ormai considerata vessatoria ed intimidatoria, vale a dire, gli esami di riparazione. Il nuovo, di certo gradevole, rapido e, soprattutto, assolutamente indolore per gli studenti che fessi non sono, grazie alla quale bubbola non si rischia più una bocciatura.
I corsi hanno una serie di difetti strutturali: vediamo i più evidenti.
Non s’è tenuto conto dell’eventualità di debiti formativi, rilevati in sede di scrutinio finale, che riguardano discipline assenti l’anno successivo. Si prenda ad esempio un debito in francese per uno studente che l’anno successivo abbandoni lo studio di quella lingua: quando avrebbe occasione di recuperare il debito il fortunatissimo bighellone?
In secondo luogo, giacché debiti e recuperi riguardano principalmente carenze di applicazione - dato che le carenze di base non si possono certo recuperare con qualche ora di studio assistito- perché mai uno studente che non ha studiato per tutto l’anno dovrebbe studiare forsennatamente in occasione dei corsi?
Se i corsi di recupero sono curricolari, essi di certo penalizzano la programmazione dell’intera classe, se invece sono extra-curricolari, rappresentano una spesa in più per le già magre casse delle scuole, se si svolgono in itinere, essi penalizzano i migliori. Tutto quanto è perfettamente in linea col pensiero progressista, che persegue un livellamento della società verso il basso, anziché elevare come sarebbe legittima aspirazione di chiunque. Si frenano i migliori, per tentar d’assistere i peggiori.
I corsi di recupero rappresentano soltanto del fumo negli occhi (i soliti polveroni fabbricati dal pensiero livellatore evoluto), e qualunque insegnante serio può confermare che non servono a nulla, se non a perdere ancora un po’ di tempo ed a produrre un’abbondante quantità di cartacce, che sembra essere l’unico che conti nella scuola del terzo millennio. I vecchi esami di riparazione ottenevano almeno due risultati utili. Prima di tutto mettevano un po’ di brio culturale nella zucca degli scolari scansafatiche ed in seconda battuta, e pur concedendo una chance ai perdigiorno, si selezionavano ulteriormente gli elementi, escludenedo chi non aveva approfittato dell’estate per mettersi alla pari.
Già, mettersi alla pari. E’ proprio questa l’idea del “recupero”, ma per farlo serve del tempo ed applicazione. Ecco perché si studiava d’estate, quando c’erano gli esami a settembre.
Oggi invece, per non rovinare le vacanze alle famiglie, s’è inventato il debito. In realtà, come la maggior parte dei debiti nel nostro Paese, essi sono stati concepiti con l’idea nemmeno troppo peregrina di non saldarli.
Finalità
Il terreno è scivoloso e per molti versi, scolasticamente parlando, costituisce un quasi tabù. La didattica per obiettivi è una sorta di dogma inattaccabile che viene comunemente dato per acclarato, condiviso e, soprattutto, per il meglio che offre il mercato.
Nessuno tra i mastri pensatori del ministero, verrebbe mai nemmeno sfiorato dal dubbio che la didattica per obiettivi non sia la panacea di tutti i mali della scuola. Da decenni gli insegnanti subiscono il lavaggio del cervello - quando hanno un cervello da spendere, naturalmente - tale d’avere ormai digerito l’idea che la programmazione, la valutazione, l’insegnamento, ossia, tutto debba valere “per obiettivi”.
Ebbene, risulta opportuno scoprire questa geniale “Weltanschauung”.
Quando correvano i tempi crudeli della scuola meritocratica, il ragionamento era, “non sai tradurre Demostene, non sai cos’è una partita doppia, non sai progettare un pilastro, non sai dire “ho fame” in inglese? Male, ripassa un’altra volta”!
Era una scuola esigente, è vero, ma una volta superata, si sapeva difendersi piuttosto bene, ed all’estero invidiavano le nostre scuole superiori e le studiavano con interesse ed attenzione.
Oggi, sempre della grossa, il ragionamento si può sintetizzare così, “non sai tradurre Demostene? Va bene: traducimi Esopo. Non sai tradurre neppure Esopo? Non importa: traducimi questa frasetta. Anche la frasetta è troppo complicata? Non preoccuparti, adesso prendiamo un manuale con le traduzioni a fronte”!
Ecco, questa è la didattica per obiettivi. Da chi abbiamo copiato questa meravigliosa idea?
Insomma, avevamo delle scuole medie che funzionavano egregiamente, e che necessitavano soltanto d’un po’ più di libertà e di confronto tra insegnanti e studenti. Per risolvere il problema, abbiamo buttato via il bambino insieme all’acqua sporca, copiando ciecamente e pedissequamente il peggior sistema educativo del mondo, peraltro sconfessato perfino dalla scuola statunitense, e coniugandolo coll’autoreferenzialismo logorroico, ottenendo in tal modo il duplice risultato di innescare una corsa al ribasso nei livelli d’uscita delle nostre scuole, che, infatti anno per anno, segnano il peggioramento culturale dei licenziati. “L’autoritarismo becero degli anni ’60” risulta sostituito da una scuola nella quale gli studenti - come si potrebbe dar loro torto - trattano in malo modo gli insegnanti, i quali ultimi terrorizzati all’idea di fare qualcosa che non va (secondo l’aria che tira, quella politico-sociale), fare qualcosa di politicamente scorretto, ed incorrere quindi nelle ire di genitori – a loro volta figli della scuola post sessantottina - gettano la spugna di quel poco che dispongono. S’allineano in basso, nel nulla.
Insomma, siamo una scuola di quasi bidelli, pardon, di “personale non docente”!
Come se non bastasse, a questa scellerata politica del sempre peggio e del diplomiamoli tutti, corrispondono mansioni burocratiche apparentemente studiate per impedire ai docenti di pensare. Griglie, modelli da compilare, scadenze, tesine, circolari ed ordinanze sono in numero tale da sovrastare l’insegnante, talmente ossessionato dal timore di aver sbagliato a spuntare qualche casella della modulistica, da non avere il tempo di chiedersi: “ma cosa sto facendo?”
Così, si va avanti acriticamente a far girare la macina dell’istruzione pubblica, mentre la didattica per obiettivi mette radici. Oggi si programma per obiettivi e si valuta per obiettivi.
I quali, obiettivi, sono altissimi, raffinatissimi ed espressi in un’impeccabile retorica scolastica. Peccato però, che non servano a nulla, poiché o enunciano delle cose ritenute ovvie da qualunque persona di buon senso o, al contrario, esprimono concetti talmente astratti – e solitamente astrusi - da non trovare alcun riscontro nella realtà, quella per la quale gli studenti dovrebbero prepararsi.
Quelle belle zucche dei ministri d’area socialista-progressista, declinarono gli obiettivi secondo la triade delle conoscenze, competenze e capacità. Mai conseguita, forse solo a parole, tante.
Se un industriale nota che dal reparto tal dei tali, in cui si usa una nuova macchina altamente sofisticata, per un difetto strutturale della medesima, ne esce un prodotto rifinito sempre peggio, cosa fa? Butta allo sfascio la macchina sofisticata che funziona male.
Dunque, se chiediamo ad un insegnante qualsiasi se negli ultimi dieci anni abbia notato un progressivo peggioramento del livello degli studenti, o un progressivo miglioramento o quantomeno stazionamento, egli risponderà certamente che ogni anno la situazione peggiora. Dunque, per quale ragione va mantenuto in vita un sistema che per evidenti difetti strutturali produce ignoranza anziché cultura, inerzia anziché capacità, ed insicurezza anziché autostima? Forse per mantenere congruo l’esercito dei giovani senza lavoro che quando va bene trovano occupazione nei “cool center”, … benedetti!
Contenuti
Al tema delle finalità si lega strettamente quello dei contenuti. Per dirla in breve, negli ultimi anni la massima attenzione del Ministero, s’è concentrata su complicate, assistenziali sovrastrutture egualitario-educative, cioè i moduli, la didattica breve, le strategie e gli stili di apprendimento, eccetera.
Si sono svolti convegni a centinaia su argomenti spesso del tutto rocamboleschi, ma si è parlato assai poco dei contenuti.
Ne è risultato che un poco per volta i docenti hanno preso dimestichezza con un vocabolario tecnico pomposo, defatigante ed inutile, discettando di saperi minimi, di grafici a pioggia e di economia di scala, come si conviene ai premi Nobel, pur tuttavia dimenticandosi di leggere ogni tanto qualche libro che non fosse il proprio trito e ritrito manuale tecnico d’uso mandato a memoria.
Sempre per restare in tema di paragoni, sarebbe come se si consumassero degli anni a discutere sui guard-rail, dell’illuminazione e sulle aiuole spartitraffico d’una nuova superstrada di prossima costruzione, e nessuno si ponesse il problema del tracciato o del materiale necessario per asfaltarla.
Invece, i contenuti contano: si può nascondere la propria ignoranza dietro una muro di complicati polisillabi, ma, prima o poi, se non ci sono delle solide basi, le manchevolezze, i vuoti, ineluttabilmente emergono.
Ecco dunque, che i più sconsiderati fautori del didatticismo esasperato e delle strampalate sperimentazioni progressiste, alla fine producono materiale di discutibile livello contenutistico, come il caso della “Storia del mais in Lombardia” (tre anni di ricerche) o la “Storia dell’accoglienza” (due pagine di testo, un anno di lavoro).
Peggio ancora, costoro coltivano una generazione di studenti convinti che lavorare stanchi, il che è sacrosanto, ma che in fondo se ne possa anche fare a meno, il che è un tantino meno sacrosanto.
Bisogna ritornare alle nozioni di base, ai contenuti, ai principi, ai concetti, all’elaborazione, alla concretezza, e su tutto quanto verificare le capacità dei singoli insegnanti e degli studenti. E’ solo con la conoscenza, l’analisi e la pratica applicazione che un insegnante padroneggia la materia ed i giovani possono davvero apprendere.
Appare preminente che gli insegnanti smettano di fare gli impiegati di concetto e tornino a leggere, a studiare e, soprattutto, a pensare.
Formazione
Per restituire l’anima al corpo “docente”, non c’è che la via dei corsi d’aggiornamento,
la cui responsabilità dell’organizzazione e della gestione deve essere affidata ad enti locali, enti privati o enti scolastici.
Si possono suggerire alcune semplici parametri per pianificare corsi d’aggiornamento efficaci.
Innanzitutto, il tema dei corsi dovrà essere chiaro, fondato su contenuti precisi, direttamente collegati con i programmi ministeriali, e per quanto possibile strettamente rivolti ad una visione d’integrazione fattiva con la società, con l’economia ed i possibili futuri sbocchi operativo-lavorativi - fine ultimo della formazione - nella continua tensione di prevedere l’evoluzione della società.
I relatori dovranno provenire dal mondo della scuola o dell’università e non dall’universo parallelo - avulso dalla realtà - quali invece sono gli IRRSAE (Istituti Regionali di Ricerca, Sperimentazione e Aggiornamento Educativi; la sola insegna fa accapponare la pelle) o gli istituti di didattica, nonché dovranno dare conto dei propri titoli e delle proprie pubblicazioni per ottenere la docenza presso i corsi.
L’aggiornamento potrà conferire ai partecipanti dei vantaggi in termini di carriera o economici, ma tutto dovrà essere verificato e valutato con delle prove d’esame di fine corso.
Proprio sulla formazione degli insegnanti si deve giocare la carta della rivoluzione del buon senso, perché è proprio di lì che è partito trent’anni fa l’attacco relativistico alla cultura. Se il motto del progressismo era, “Occupiamo la Scuola”, per il futuro dovrebbe essere, “Restituiamo la Scuola alla Gente”.
La Lombardia come Esempio
Per riprendere il ragionamento di fondo e proporre dei principi-concetti basilari che dovrebbero animare una vera riforma dell’Istruzione, va precisato che in Italia per trovare qualcosa del genere di quanto realizzato negli USA, si deve guardare al Caso Lombardia, la quale proprio in questi giorni sta realizzando un’importante legge di riordino del sistema scolastico regionale. In esso sono contemplati anche i “buoni scuola” - peraltro parzialmente già esistenti - ed il necessario sistema di valutazione, assieme all’estensione dell’autonomia amministrativa dei singoli istituti, che potrebbero assumere e valutare direttamente i docenti. Questa legge rappresenta il minimo indispensabile, semplice e fattibile, realizzabile anche in Italia, oggi.
I tre aspetti della riforma sono tutti collegati e fondamentali per una buona riuscita del progetto ed in qualche modo emblematici della nuova architettura della strutture “pubbliche” nella società moderna e futura. Innanzitutto una maggiore libertà degli istituti pubblici è ovviamente fondamentale perché questi possano competere ad armi pari con quelli privati e, in ogni caso, avere e pretendere il meglio dal proprio personale e dai propri alunni. Il che sottintende la necessità di mantenere le scuole pubbliche, affermazione con cui non tutti potrebbero essere d’accordo. A parte le ragioni ideologiche che spingono alcune persone a pretendere soltanto delle scuole pubbliche, è pur vero che solo allo Stato si può chiedere di garantire una completa copertura del territorio, e quindi di poter soddisfare i diritti della popolazione. Il che non implica necessariamente una minore qualità, ma semplicemente un’accessibilità minima garantita.
In secondo luogo è necessario un sistema di valutazione, inteso non solo degli istituti, ma anche degli alunni, in cui pertanto va inclusa anche la «certificazione delle competenze», «anticamera del superamento del vecchio valore legale del titolo di studio». Ciò è vero nonostante l’esistenza di un sistema di valutazione degli istituti che comporti in qualche grado un controllo politico degli stessi - perché è chiaro che se nella valutazione vengono inseriti i criteri d’accessibilità, eventuali costi aggiuntivi, etc., lo Stato rimane in grado di indirizzare il flusso di denaro, almeno in via teorica - perché le pulsioni libertarie che porterebbero ad una totale privatizzazione dell’istruzione, sono da considerare alla stregua del tanto deprecato ed esiziale relativismo. Se un sistema basato sul libero concorso e collaborazione tra pubblico e privato dovesse apparire difficile da realizzare e da coltivare, e quindi si dovesse decidere che l’idea stessa sia da scartare come errata o irrealizzabile, si giungerebbe semplicemente alla rinuncia a priori ed all’esaltazione del fallimento.
La società che si sta formando richiede profondi cambiamenti delle istituzioni, non il loro annientamento, perché le ragioni che hanno portato ad erigere le medesime istituzioni rimangono pur sempre valide, ed intoccabili. Prima fra tutte la libertà teorica, ma affermata, d’agire affinché essa divenga e sia pratica necessita di un “luogo” - di diritto, di convivenza, di condivisione, di realizzazione - dentro il quale chicchessia possa esprimere il proprio libero pensiero ed attraverso di esso adoperarsi per conseguire degli obiettivi personali, e dunque sarebbe privo di senso permettere la frequentazione d’una scuola “ideale”, senza la garanzia che questa permetta di accedere nel futuro ad un istituto di grado superiore, o che sia inutile per la propria vita.
Allo stesso modo l’uniformità, il conseguente appiattimento, e l’assurda divisione in classi, più o meno obbligata che ha caratterizzato il tempo passato, s’è dissolta. La differenza che distingue la società d’un tempo, nemmeno tanto lontano, e l’oggi, e quindi anche della scuola, consiste nei paradigmi fondanti. Con un’analogia si potrebbe dire che siamo passati dallo spazio pubblico alla rete pubblica, ossia, invece d’un indiscriminato unicum, esistono varie possibilità. Il fulcro è costituito dall’accessibilità e dalla completa fruibilità del sistema scolastico ed universitario: in una rete organica e complementare di fattori, ogni nuovo elemento aumenta il valore dell’insieme. Continuando sulla linea delle analogie, se un cortile posto in comune tra due abitazioni permette di per sé la comunicazione fra le persone, esso cortile assume un suo valore proprio. Ancora, un telefono isolato – non collegato - non vale nulla e solo il fatto che sia potenzialmente collegato ad altri miliardi di telefoni lo rende utile ed efficace strumento di comunicazione, rispetto al luogo in cui si trova. L’analogia è anche importante poiché dalla rete telefonica ci si può disconnettere facilmente, mentre è più difficile staccarsi dal proprio cortile.
Tutto quanto ben rivela il carattere di volontarietà del collegamento e dei legami insiti nella società futura. Altro aspetto da sottolineare, va ricondotto al concetto di rete, che ha una natura intrinsecamente dinamica, richiede cioè una gestione molto più complessa: ad esempio quando la rete telefonica è stata progettata nessuno pensava ad Internet, e ciò ha richiesto adattamenti di vario tipo al fine di garantire ai vecchi utenti il mantenimento del consueto servizio, ed ai nuovi di conseguire ciò che chiedevano. La rapida evoluzione ed i molteplici usi contemporanei richiedono quindi meccanismi di gestione per certi aspetti il più possibile intrecciati e globali in modo di garantire ogni ampia possibilità, invece per altri fortemente localizzati, riuscire a garantire le specifiche esigenze localistiche, d’abitudine e particolari, che pure vanno rispettate.
Il valore aggiunto d’ogni individuo, l’importanza della volontà d’ognuno, la natura dinamica dei rapporti, umani ed economici, sono caratteristiche fondamentali della società futura per cui la scuola dovrà prepararsi. Un sistema di valutazione globale, i cui dati dovranno essere liberamente accessibili, costituisce l’infrastruttura necessaria affinché i singoli attori, cioè scuole e persone, possano liberamente farlo, possano incontrare i soggetti ideali con cui vogliono rapportarsi, pur mantenendo aperte un numero ragionevole di opportunità.
Infine i “buoni scuola” garantiscono al singolo il suo potere di scelta, la sua capacità attuabile d’incidere sulla vita dell’istituto come ogni altra persona, fruitore, avente diritto-dovere. Invece un sistema basato in via preminente sul finanziamento privato, oltre che risultare difficilmente realizzabile nel nostro Paese - in Italia manca un ecosistema in grado di supportare un simile assetto, il che significherebbe vincolare una riforma ad altre - porterebbe ad una ghettizzazione e chiusura sociale, col danno dell’intera società, a maggior ragione, considerato quanto fissato a proposito di strutturazione a “rete”.
Scuola a Casa
Questo per quanto riguarda la struttura del sistema scolastico, ovvero il rapporto tra i vari elementi. Resta da tratteggiare la questione dell’insegnamento a casa. Dovrebbe essere impedito? Con alcuni vincoli, ad esempio l’adesione al sistema di valutazione, anche questa forma di insegnamento potrebbe garantire sia la libertà d’istruzione, sia il mantenimento di un’utilità pubblica dell’istruzione.
Senza addentrare troppo nella questione, si ricordi solo il caso del MIT, che fornisce i propri materiali didattici, interi corsi di laurea gratuiti. Orbene, estendendo tale scenario alle scuole di grado minore e creando una possibilità d’incontro tra insegnanti e studenti, si creerebbe uno scenario in cui ogni studente potrebbe scegliere il proprio insegnante per ogni materia, studiando da casa. Simili casi già esistono, per l’insegnamento delle lingue straniere, e per il mezzo di siti presso i quali una persona si offre/cerca di insegnare/imparare una lingua e sceglie tra altri utenti il proprio insegnante e tutore in cambio di denaro o lezioni d’altro argomento e/o materia.
Benché il meccanismo non sia ancora legalmente inquadrato, e che le materie linguistiche abbiano una loro specificità, tecnicamente funziona e nulla impedisce, se non i vincoli legali, di estenderlo in altri campi. Sarebbe quindi possibile, oltre che un insegnamento privato “classico” (tenuto dai genitori, supplenti d’un insegnante), una sorta di scuola distribuita, ovvero, formata da professionisti dell’insegnamento che forniscono i loro servizi direttamente agli alunni invece che per il mezzo delle scuole, materialmente intese. Un tipico esempio di come la flessibilità permette di ottenere qualità senza rinunciare alla personale libertà, ma soprattutto di diffondere ed estendere le possibilità e le occasioni di fare cultura.
E’ la via del III° millennio, il millennio dell’era telematica globale. Apparteniamo e viviamo in un mondo che davvero è di tutti, e tutti debbono poter sentire di potervi partecipare, alla pari, ed a pari condizioni.
Organizzazione ed Insegnamento
Una riorganizzazione interna degli istituti scolastici è allo stesso modo indispensabile. Le scuole primarie, essendo praticamente uguali in ogni Stato, sono l’unico modello realisticamente disponibile, dato che in qualsiasi sistema l’esigenza di insegnare i fondamenti è identica o quantomeno simile. Senza dubbio un’autonomia amministrativa degli istituti dovrebbe essere accompagnata da una comune ed equivalente ampiezza di manovra sui programmi, pur garantendo un curriculum base nazionale - comunque implicitamente richiesto dal sistema di valutazione - materie od argomenti aggiuntivi non rappresenterebbero un problema. Per quanto riferito in “Istruzione e Società della Competenza”, risulterebbe comunque necessario sviluppare uno stile di insegnamento maggiormente dialettico produttivo (in maniera simile a quanto avviene in ogni grado negli Stati Uniti), privilegiando meno le conoscenze di per sé, ed invece attribuire spazio allo sviluppo ed alla comprensione dei fondamenti, per così dire, non delle formule matematiche, ma della matematica.
Per quanto riguarda le scuole secondarie, in generale è noto che il sistema europeo è troppo rigido, mentre quello americano troppo flessibile. Un compromesso tra i due sarebbe auspicabile e probabilmente il più adatto. A larghe linee potrebbe essere basato sulla distinzione tra istituti preparatori per il lavoro e propedeutici al proseguimento degli studi, assieme però ad una più ampia discrezionalità sulle materie. Seppur con diverso grado, qualsiasi tipo di istituto dovrebbe adottare uno stile d’insegnamento volto a stimolare la comprensione dei principi e delle logiche sottostanti, e l’ampia conoscenza applicativa dei medesimi, più che l’acritica conoscenza mnemonica e teorica - intesa in termini stretti e letterali – tenendo per chiaro e ben presente la celebre massima, “rem tene, verba sequentur” (C.C.). Come si può notare, non s’inventa nulla: i retori ed i pensatori dell’antichità valgono più che mai. Questo perché, nonostante sia oggettivamente difficile da comprendere per chi è altrimenti abituato, il mero ricordare eventi e semplici fatti sta assumendo minore utilità, invece dei processi, schemi, logiche, etc. che producono capacità e sviluppo mentale, e non soltanto. Nell’epoca del libero accesso alla conoscenza, sia in senso economico, sia pratico, ciò che conta è la capacità di comprendere e gestire questi enormi, sovrapposti ed aggrovigliati flussi informativi, individuandone i criteri indispensabili, tanto da poter scegliere il percorso più confacente e produttivo per la propria situazione. Ad esempio, bisogna essere in grado di comprendere l’obiettivo, ed a tal fine fissare l’ambito entro il quale condurre un determinato accesso e così, a puro titolo esemplificativo ma non esclusivo, bisogna trovare una fonte completamente soddisfacente o basta la prima minima sufficiente? - discernere la complessità richiesta, ossia, i dati cercati sono per neofiti od esperti? – capire il grado di affidabilità dei dati, ovvero, provengono da fonti autorevoli, indispensabili per ricerche accademiche e lavoro, o più vagamente da “conoscitori”, e quindi ammissibili per ricerche personali? – e così via. A seconda della situazione bisogna essere in grado di determinare chiaramente, ed in modo dinamico dato che l’attingimento risulta combinato, parametri richiesti e fonti corrispondenti, poiché è quasi sempre impossibile, e del tutto inutile in termini di informazioni, controllare ogni matrice.
Questa verità verrebbe introdotta grazie a cambiamenti tecnici, che diverrebbero stilistici ed infine logico-filosofici. Assumerebbero la valenza di vero stile di vita, improntata su livelli e percorsi appunto logici e di comportamento, elevati alla massima potenza e capacità intellettiva che come sappiamo è poco sfruttata in ognuno di noi. Vale a dire, nel nostro cervello custodiamo un tesoro, una potenziale ed inesauribile miniera, del quale non sappiamo farne il miglior uso. Dunque, potremmo così scoprire noi stessi e le nostre facoltà intellettive. I tempi nuovi, le logiche nuove, le filosofie educative, finalmente ora ce lo consentono, facendoci uscire dalla stagione dei replicanti inconsapevoli. Un esempio in tal senso è fornito dalla calligrafia. Si rammentano alcuni insegnanti di scuola media che spesso lamentarono la calligrafia dei discenti, definita infantile, peraltro a ragione. Rapidamente si passò ad ostacolare l’uso del computer per evitare “copiature” da internet, ed una volta sorpassata questa fase d’incertezza, si pretese la pedissequa conoscenza di quanto scritto.
Però dopo qualche anno, gli stessi insegnanti pretesero ricerche scritte a computer, confezionate tramite materiale reperito da internet (durante le ore di lezione), e riorganizzato dall’alunno.
Si potrebbe obiettare che in realtà la calligrafia centri poco, poiché il vero ostacolo era, ed in parte è tuttora, il rapporto con la comunicazione della conoscenza. In realtà ciò non è vero, sia perché non di rado agli insegnanti sfuggirono i reali motivi per cui alcuni alunni smisero di scrivere a mano, sia perché non se ne comprese la loro contrarietà: due mondi diversi si confrontarono, uniti solo da quel conteso aspetto pratico, ma soprattutto dal principale motivo per cui si pretese la scrittura a mano, ossia, per la genuina (nondimeno errata) convinzione che solo la scrittura “amanuense” (oramai lo si fa soltanto in caso di verbali delle riunioni condominiali) servisse per comunicare con altre persone.
Così, il loro mondo rimase al tempo del passato, appena concettualmente oltre a quello in cui, a partire dalla fine del III secolo d.C., alcuni cristiani del Medio Oriente e dell’Egitto decisero di allontanarsi dalle città e dai luoghi abitati, pensando che solo lontano dalla società si potessero seguire fino in fondo gli insegnamenti di Gesù, e per questo furono chiamati “monaci” (dal greco mònos=solo, unico). Alcuni di essi andarono a vivere nel deserto o in luoghi inospitali dedicandosi alla preghiera, facendo penitenza e rinunciando a tutte le comodità in completa solitudine. Furono chiamati “eremiti” (dal greco eremos=deserto) o “anacoreti”, che sempre in greco significa “coloro che si ritirano”. Ben presto però per il bisogno di comunanza si vennero costituendo dei raggruppamenti d’anacoreti, chiamati “laure”, con la pratica del servizio religioso comune. Furono per questo chiamati “cenobiti”, che ancora in greco significa, “coloro che fanno vita in comune”.
Ordunque, seguendo la digressione allegorica, e facendo le dovute distinzioni d’epoca ma pur rimanendo in argomento, una larga fetta d’insegnanti appartiene tutt’ora alla cultura monacale, sebbene il presente non lo sia, né tanto meno il futuro lo sarà. E’, e sarà, il tempo dei cenobiti del terzo millennio, della vita convissuta e della cultura scambiata, ormai via P2P.
La predilezione per un determinato strumento tecnico sottintendeva le reali differenze. La cultura, l’apprendimento della medesima, averne il possesso, saperla maneggiare con facilità, e sfruttarla, è tutt’altra faccenda.
Accettato il fatto che in linea di principio una scrittura a mano non è maggiormente valida d’una a computer, il successivo passo configura la comprensione che l’impedimento dell’uso di moderni strumenti elettronici - purché usati per scopi didattici - è altamente dannoso per gli studenti. Infatti nulla impedisce agli scolari di fare dei “filmini” ed inserirli sui portali di condivisione video, come ad esempio YouTube, così come ogni tanto viene pubblicizzata dalla televisione. Questo ostacolerebbe la possibilità di organizzare liberamente la conoscenza, di collegare facilmente gli appunti di un’intera materia o di diverse materie, di confrontarsi a distanza con altri studenti, d’impedire a chi sta a casa di frapporre scuse per non conoscere la lezione, dato che le lezioni possono essere inserite su d’un sito di classe. Peraltro questi ostacoli diventano sempre più vani, perché già adesso quando uno studente trova difficile lo stile di un libro cerca quell’argomento su Internet, con l’aggiunta ed aggravante del rischio che studi aspetti non richiesti, avanzati o semplificati. Insomma un pasticcio, se non opportunamente guidato. Oggi, la funzione di chi detiene la cultura e la vuole comunicare, consiste nel suggerire, accompagnare, chiarire, pilotare, non imporre, ma nemmeno lasciar correre. Allo stesso tempo però tutto ciò fornisce allo studente la possibilità di seguire un percorso personale, d’approfondire ciò che gli interessa, di stabilire collegamenti, di crescere e vivere i tempi che gli sono dati. I vantaggi sono superiori, mentre gli svantaggi possono essere fortemente mitigati dall’intervento e la collaborazione degli insegnanti.
Quando ci sarà questa svolta definitiva? In che misura bisognerà pretendere la conoscenza d’un argomento, ed a quale livello di comprensione, approfondimento e conoscenza? Come valutare? Nessuno è ora in grado di rispondere a queste domande, nessuno può dire quando e se sarà opportuno tagliare i ponti con gli strumenti del passato e, ad esempio, pretendere l’uso di elaboratori elettronici invece che di quaderni, né esattamente come gestire la transizione. Paradossalmente, maggiore risulta la necessità del ritorno al tempo delle “scholé” e “schola” dell’antichità, alla loro logica, al loro spirito filosofico, ai loro obiettivi, seppure allargati alla massima fruibilità collettiva e comune, al permettere di raggiungere l’acculturamento e, soprattutto, la formazione della persona.
L’unica questione certa è che un’applicazione automatica a livello nazionale di queste politiche risulterebbe disastrosa, alcune scuole sarebbero pronte ed altre no, alcune realtà lavorative sarebbero adeguate ed altre meno, altre ancora per nulla. Lo Stato può, anzi deve, fornire i mezzi economici e finanziari, le infrastrutture e regole necessarie a supportare ogni scelta, sufficientemente sostenuta dalla popolazione e dalla società in genere, lasciando che le varie esigenze si risolvano a livello locale e “tirando le somme” a livello nazionale, quando e se necessario.
Il sistema universitario da prendere a modello risulta quello americano, che surclassa a mani basse il nostro e qualsiasi altra istituzione. Certo è, che attualmente anch’esso non pare adeguato ad affrontare il futuro, ma è senz’altro più preparato del nostro, nazionale, e, grazie alla sua flessibile ed efficace struttura, ogni singolo istituto può prepararsi più agilmente. Se la flessibilità apparisse eccessiva nell’ambito delle scuole secondarie, è invece perfetta per affrontare ogni singolo percorso di preparazione all’attività lavorativa, purché alla base ci sia la configurazione d’una opportuna forma mentis, quella in grado di analizzare, comprendere e rielaborare le varie informazioni in generale, per poi concentrarsi su alcune specifiche conoscenze e successivamente su d’uno specifico settore lavorativo.
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1 commento finora ↓
1 Un metodo non basta: il fallimento della democrazia su Thumbria // Ott 10, 2007 alle 3:31 pm
[...] questione è elevata, per capirlo giova riprendere due esempi fatti in precedenza: quello della calligrafia e del merito. Un tempo la calligrafia era importante, perché se non eri in grado di scrivere [...]
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