Problemi Storici e Riforme Definitive: Scuola I

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Problemi Storici e Riforme Definitive: Scuola I

Agosto 10th, 2007 · Nessun Commento
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Allorquando abbiamo preso in considerazione l’Istruzione Italiana e la “Società della Competenza”, abbiamo brevemente evidenziato i problemi strutturali della nostra scuola, più in generale del sistema dell’Istruzione. Ora evidenzieremo i fattori “umani”, cioè gli insegnanti e gli studenti, i primi dal punto di vista dei secondi e del servizio che sono tenuti a prestare, entrando così nel merito della questione.

Chiunque abbia frequentato una scuola negli ultimi anni, o abbia figli-nipoti che la frequentano, la situazione scolastica appare in negativo, e non poco, salvo delle felici isole d’eccellenza. Il livello qualitativo dell’istruzione è spesso approssimato, ma paradossalmente questo non costituisce l’aspetto, il problema, peggiore, piuttosto, il nocciolo della questione sta annidato in quello educativo, per non disquisire del sistema che si vede costretto a repentini cambi d’orientamento e d’assetto. Cambia il colore del governo, cambia buona parte della struttura e dell’apparato. Gli addetti si vedono costretti a modificare, se non ribaltare, i meccanismi e le logiche. Tutte energie che andrebbero convogliate ed utilizzate in altra maniera. Ma, purtroppo, siamo in Italia.
È discutibile che la scuola debba educare, dato che tale compito costituisce un dovere-diritto dei genitori, ed è il principale. In realtà la scuola diseduca. Infatti, dato che gli insegnanti sono sottoposti ad elevato stress ed insoddisfazione, ne risulta inevitabile che più d’uno fra loro si riveli inadatto alla missione, e dato che questi non vengono rimossi, la situazione degenera estendendosi ad altri insegnanti ed agli allievi. É un fenomeno a cascata.
In ragione di queste difficoltà ed in nome d’un certo qual egualitarismo, gli insegnanti finiscono per abbassarsi al livello emotivo degli alunni, ed al loro disimpegno, cosicché l’insegnamento e di conseguenza l’apprendimento diventano a tutti gli effetti incontrollati e facoltativi. Dal punto di vista morale e pratico risulta più facile vivacchiare e copiare, non seguire l’insegnante, e disturbare la lezione, fare ciò che meglio aggrada per trascorrere l’obbligo della giornata.
Se tutti disturbano, copiano e non ascoltano, se persino gli insegnanti dimostrano consapevolezza negativa delle condizioni in cui operano e/o per il modo in cui insegnano, che senso ha provare ad imparare ?

Certamente questo avviene solo in alcuni segmenti del mondo scolastico, e per una parte degli insegnanti, ma la diffusione del fenomeno è preoccupante, tanto che lo studente medio incontra certamente uno o più casi del genere durante la sua vita scolastica. È normale che esistano problemi, ma il punto è che non vengono corretti.
Ciò è indicativo della condizione d’un sistema ormai inadatto ad insegnare, ovvero, a valutare ed a correggere.
Appare altrettanto indicativo che il sistema non funzioni al meglio, come su certa stampa viene ampiamente rappresentato, ben oltre le scuole delle zone cosiddette “difficili” - hanno bisogno non solo di maggiori mezzi - e che gli insegnanti necessitano di stipendi adeguati. Inevitabile per i progressisti il raffronto con il sistema americano, che impernia il maggior punto di forza nel saper sfruttare al meglio i talenti che la nostra Istruzione, ed anche quella di molti paesi al mondo, fornisce, a loro dire ottimi.
Se per alcuni aspetti è vero che il sistema secondario americano risulta certamente debole - mentre il nostro sembrerebbe essere qualitativamente superiore - nella pratica, essi s’assomigliano. In entrambi, solo chi vuole davvero studiare avanza realmente, ma purtroppo nel nostro caso il sistema ostacola l’intraprendenza e la voglia di emergere, mentre in quello americano la scelta è incoraggiata e palese.
Inoltre, mentre il sistema universitario statunitense costituisce il non plus ultra al mondo, i casi di eccellenza nostrani sono poco più che al di sopra la media. Anche i singoli studenti meritevoli riescono ad emergere non grazie alla loro abilità, ma quasi nonostante essa, visto che viene richiesto di seguire balzani schemi burocratici (altrimenti noti come concorsi), si adotta il criterio del nepotismo, etc. tanto che sono spesso costretti ad emigrare per sfruttare in campo accademico il loro talento prima della vecchiaia.

Libera Scuola

Questi problemi derivano dall’applicazione del modello teorico alla realtà. Alcuni di essi potrebbero sembrare risolvibili con una buona amministrazione, ma per il vero sono sistemici, ossia, non è possibile risolverli in quanto conseguenza della società attuale, in piena evoluzione e continua modifica. Il modo per affrontare questa situazione è emblematico della distinzione politico-culturale che divide la destra dalla sinistra. Un progressista proverebbe a cambiare gli uomini per costringerli ad agire tutti nella stessa direzione e modo, un uomo amante della libertà e più razionale, in una parola di destra, opterebbe per la riprogettazione del sistema in maniera che ognuno possa avere ciò che desidera dalla vita, senza danneggiare gli altri ed evitando l’implosione del sistema medesimo.

Un indizio della complessità della questione è rilevabile anche in “Principi e Valori”, per il tramite del quale nei capitoli “La libertà d’Istruzione” (10), laddove viene rimarcata l’importanza del garantire ad ogni famiglia l’accesso al genere e tipo di istruzione desiderato, e “L’Utilità Pubblica” (41), si ricorda che esistono servizi di utilità pubblica [1] per cui la proprietà del fornitore del servizio - nel caso in esame la scuola - è ininfluente, conta invece la natura dello stesso ed i risultati, che devono portare al massimo il possibile utile sociale [2]. Benché di primo acchito queste due esigenze possano sembrare confliggenti, in realtà tutto ruota attorno al comprendere che la società è formata dai singoli individui, alle modalità con le quali essi formano le relazioni, alla società in cui le persone sono libere di scegliere con quali istituti e possibilità rapportarsi, ed al modo preferito. La massimizzazione dell’utilità sociale è garantita dalle libere scelte dei cittadini.

Il perno d’un simile progetto deve quindi essere rappresentato dall’autonomia dai poteri dello Stato, fattiva e non solo teorica, dei protagonisti del sistema, degli alunni ed istituti scolastici: solo la qualità di questi soggetti deve contare ed essere incoraggiata, altri aspetti come la proprietà degli istituti o la disponibilità di mezzi economici delle famiglie, devono essere il più possibile ininfluenti, o quantomeno non devono impedire l’incontro tra un qualsiasi studente ed un qualsivoglia istituto. Insomma, libera scelta.
Il fulcro di un sistema simile girerebbe attorno ai “buoni scuola”, ideati negli anni ’50 del secolo scorso da Milton Friedman. Esso consiste nel mantenere il finanziamento pubblico dell’istruzione, ma nel contempo nel modificarne e modularne l’erogazione, legandolo non più ai soli istituti pubblici ed in misura predeterminata, ma al contrario agli alunni in maniera dinamica. Più alunni, più finanziamenti, che andranno ad istituti privati o statali, indifferentemente. Ciò, tendenzialmente, porterebbe ad una riduzione degli istituti statali, in quanto essi sono generalmente gestiti con minor efficienza.
In altre parole avremmo un sistema misto, non del tutto privato, né, come in pratica adesso, unicamente pubblico.

Prima di scendere nei particolari per configurare il progetto della scuola del futuro, conviene soffermarsi nell’esame della situazione attuale, al fine di coglierne gli aspetti principali e, di conseguenza, delinearne le possibili, desiderate, opportune, riforme e sviluppi.

Etimologia

Comunemente la parola “scuola” sottende un luogo fisico dentro il quale trovano alimento ed educazione il corpo fisico e la mente dei giovani. Essa viene dal greco “scholé” e dal latino “schola”, che in origine significano - come “l’otium” latino - ozio, riposo, agio, libero e piacevole uso delle proprie forze, sopratutto spirituali, colloquio scientifico, lettura, recita, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico, occupazione principalmente dedita alla speculazione intellettuale da cui deriva il termine greco “scholàzen”, stare in ozio, riposarsi, avere il tempo di occuparsi d’una cosa per divertimento, riposo da fatica corporea, ricreazione mentale o di studio, modo con cui i giovani dell’antichità passavano il tempo libero dal lavoro o da altri impegni. Di fatto attività riservata alle classi dominanti.
Solo più tardi assumerà il significato di luogo nel quale si attende allo studio, nel quale s’insegna arte e scienza, dove il precettore legge o dà lezione, lo si sceglie per coltivare le proprie conoscenze e conseguire l’apprendimento e la coltivazione dei propri interessi.
Sino ad essere contrapposta al concetto di “negotium”, ossia, occuparsi per necessità, non per scelta, dei propri affari.

La Scuola Italiana messa a Nudo

Da che parte incominciare, per effettuare la necessaria inversione di tendenza, e riformare davvero l’istituzione scolastica!? Si tratta d’intervenire, suggerendo, per quanto possibile anche i rimedi, oltre ad indicarne i malanni. In questa sede si farà cenno all’edilizia scolastica ed ai curricula, per poi toccare il problema delle riparazioni e dei recuperi, dei debiti e dei crediti scolastici, della formazione dei docenti ed, indirettamente, la dirigenza.
In conclusione risulterà ben chiaro il deprimente quadro, e per contro il sistema scolastico al quale si dovrebbe mirare.

Edilizia

Oggigiorno con il termine scuola s’individua un’istituzione che persegue finalità educative lungo un programma di studi o di attività metodicamente ordinate, anche di natura fisica, giacché, seppur con tutta la buona volontà, senza un corpo sano e ben nutrito la mente vagola, vacilla, non risulta supportata dalle necessarie energie e vigore al fine del buon funzionamento. Dunque, qui ci si occupa della materia scolastica in “corpore vili”, oltrecché degli strumenti telematici ed informatici, tramite i quali risulta agevole poter insegnare e rispettivamente studiare. Principalmente va denunciato che in Italia, da più d’un ventennio, si costruisce poco, e laddove ciò è avvenuto, risulta necessario un radicale intervento di aggiornamento, adeguamento, risanamento di strutture anche recenti, ma non di rado cadenti. Si tratta dell’esito della corsa agli appalti pubblici e dei facili guadagni dentro cui la Nazione s’è infangata negli anni del Boom Economico, e seguenti. Frequentemente si assiste al distacco di qualche sovrastruttura, ad impianti non, o mal, funzionanti, a volte assenti, a sistemi di sicurezza del tutto inefficienti, a servizi indecentemente mantenuti, anzi abbandonati, etc., anche alla tragedia dei crolli. Solo allora il ministero scopre di dover fare dei controlli sulla stabilità, sulla sicurezza, sulle condizioni igieniche e sanitarie, in definitiva sull’agibilità e la pacifica fruibilità dei fabbricati.
Dunque, va denunciato che una consistente parte delle scuole in esercizio risulta bisognosa d’intervento, che si riciclano edifici, i più vari e singolari, per essere adibiti a sedi distaccate, coordinate, schizofreniche, che le scolaresche sono costrette a fare i turni per l’insufficienza di aule. Nei fatti, ci sono studenti che seguono le lezioni nei garage, negli appartamenti condominiali, e magari sopra i locali d’una pizzeria o d’un magazzeno.

Tutto ciò non sarà completamente vero, o per nulla, per l’organizzatissima Lombardia o per l’eccezionale assetto educativo presente nelle province di Trento e Bolzano (ampiezza di mezzi finanziari, nuove e moderne strutture, investimenti tecnologici, docenze di spicco chiamate da ambienti avanzati, accordi con centri di ricerca internazionali, radicamento di centri d’osservazione internazionale - OCSE - radicamento di centri di sviluppo tecnologico - Bill Gates, Microsoft, Telecom, eccetera - personale insegnante, e non, acquisito ai ruoli provinciali, etc.), ma certamente invece lo è in buona parte del territorio italiano.
Urge una vasta campagna di progettazione e ristrutturazione edilizia per creare insiemi moderni e polifunzionali, ed ottimizzare servizi comuni e perseguire l’efficienza.

La Scuola che vorrebbero

Ma qual è la scuola che vorrebbe quella consistente e politicizzata porzione degli insegnanti, e molta parte degli studenti d’oggi, allevati a brioscia, nutella, solidarismo, sessantottismo, falso progressismo e lassismo? La scuola che vorrebbero, Appello del Tavolo Nazionale sulla Scuola, Assemblea Nazionale delle Scuole.

Dello studiare si parla poco.

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[1] «In virtù di queste considerazioni il semplice concetto di “impresa pubblica” è da ritenersi privo di significato nei servizi, per cui il carattere “pubblico” è costituito dalla natura del servizio stesso, perciò è necessario formalizzare un nuovo concetto, già implicitamente sentito dagli elettori della Casa delle Libertà: quello di “utilità pubblica”.


[2] «In quest’ottica si propone che i finanziamenti stanziati per questi settori siano distribuiti secondo la logica di massimizzazione della utilità sociale, cioè dati a quei singoli istituiti, siano essi di proprietà pubblica o privata, che, in base ai criteri pertinenti, come la zona di copertura, l’utenza servita, l’efficacia del servizio… risultino più meritori. In tal modo lo Stato riuscirebbe a razionalizzare la spesa ed a garantire il miglior risultato ai propri cittadini nei fondamentali settori di “utilità pubblica”».



Con la collaborazione di Vettaditalia de IlGiulivo.com

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Categorie: italiano · politica



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