Montecarlo
Nel 1976 esplode la crisi valutaria, e la lira è sotto assedio. L’Italia aderisce allo SME e per fortuna l’inflazione, “tassa occulta”, diviene un problema prioritario. La riforma tributaria del 1974 funziona parzialmente, come tutte le riforme fiscali italiane, e risulta insufficiente a produrre gettito adeguato per frenare la deriva deficitaria della finanza pubblica. Tanto, loro, i politici, se ne fregano e continuano per la loro strada, quella dello scambio elettorale, mentre lanciano proclami allarmati alla popolazione, circa la necessità di porre rimedio ai conti pubblici. Devono pagare gli altri, non loro che si attribuiscono via, via, emolumenti e pensioni sempre più ricche. Sono gli anni in cui si diffonde come la mala pianta l’evasione fiscale, probabilmente quale reazione negativa ad eccessiva richiesta da parte delle finanze statali, la grande piaga tutta italiana, mai sanata, e che mai si risanerà finché la politica non si metterà una mano sul cuore, una sul proprio portafoglio rinunciando a parte delle prebende, ed imponendo la cinghia di castità all’esosa amministrazione dello stato. Ovvero, smagrire lo stato, e ridurre drasticamente l’imposizione fiscale. Solo allora pagheranno tutti, si potrà pretendere che tutti paghino.
Tornando a bomba, così il decennio si chiude con un debito pubblico che è già una volta e mezzo quello medio degli altri Paesi europei.
Negli anni Ottanta abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, accumulando debiti nei confronti delle generazioni successive, ipotecando il loro futuro, come quegli sciagurati padri di mezza Europa che a Montecarlo si giocano le rette dell’università del figlio. O forse tutto ciò avviene anche a Las Vegas!? Gli anni Ottanta hanno visto una terrificante crescita del debito, disavanzo su disavanzo. D’altronde, è dal 1970 che le spese correnti superano le entrate.
Il debito pubblico è cresciuto impetuosamente per tutti gli anni Ottanta, soprattutto per l’ingente pagamento degli interessi, irrompendo sulla scena degli anni Novanta, con quel 124% del Pil nel 1994 che rappresenta la cifra record di tutti i tempi. Mentre esplode Tangentopoli e muore la prima Repubblica, l’Europa impone il risanamento dei conti, il rientro del debito e il contenimento del disavanzo, vale a dire la differenza delle entrate e delle uscite che ogni anno contribuisce a formare lo Stock del Debito. Il guaio è che tutti i piani di risanamento della finanza pubblica presentati negli anni precedenti, nonostante le feroci intemerate di Bankitalia, sono stati regolarmente disattesi.
D’altro canto, Bankitalia brucia le riserve valutarie nel tentativo di difendere la lira nella tempesta valutaria, denaro che non è suo, anzi lo stampa a ciclo continuo per conto dello stato spendaccione, ma guadagnandoci e facendo lautamente guadagnare i soci, suoi azionisti, la conventicola delle Banche Italiane, quelle del Sistema Bancario Nazionale. Ma questa è un’altra faccenda
Ma negli anni Novanta i nodi vengono al pettine e rischiamo veramente di fallire. Ci salva un signore che si chiama Giuliano Amato, detto anche Professor Sottile, sia per la corporatura che si ritrova, sia per il cervello fine, un brillante costituzionalista che c’impone un’odiosa ma salutare cura da cavallo. Amato mette le mani persino nel portafoglio, con la tassa del 6 per mille su tutti i conti correnti. Unica consolazione, se tale si può definire, la pressione fiscale, la tassa sui conti correnti e la riduzione delle spese correnti dello stato, impediscono di fare la fine dell’Argentina.
Nei medesimi anni Novanta il debito risulta diminuito, ma solo per il continuo declino dei tassi d’interesse, non certo per l’abilità dei governanti che riescono solo a limare qualche briciola, nonché per l’ammodernamento e la riorganizzazione del sistema di controllo e riscossione fiscale, dicasi Agenzia delle Entrate (il tutto ideato ed attuato dal ministro Tremonti), ed il persistere della pressione fiscale sui livelli elevati. Nei primi anni del secondo millennio sono arrivati i guai: la recessione, l’esplosione della bolla finanziaria del 2001, il crollo delle esportazioni, l’effetto del benedetto, maledetto euro.
Sulla Gobba dei Nipoti
Grazie all’euro sono saliti i prezzi dei furbacchioni che hanno contribuito a depauperare la nostra economia, ma abbiamo evitato le fucilate a canne doppie della speculazioni internazionale. Grazie all’euro si sono ridotti inflazione e deficit pubblico. Grazie all’euro è calato il costo del debito, che non ha più tassi d’interesse alti come nei tempi andati, e non si è più avvitato su se stesso. Sopra ogni altro, non abbiamo conosciuto l’insolvenza, il “Default, il Crack”.
Però, “grazie” all’euro i salari e gli stipendi nelle tasche dell’italiano medio, si sono fatti davvero esigui, di certo insufficienti. Chi c’ha mangiato, e ci mangia tutt’ora? In gran parte la sgangherata distribuzione al commercio!
E così arriviamo alla storia di quest’ultimi anni, ai provvedimenti una tantum, allo sforamento della soglia del 3%, al suo faticoso rientro, alle vendite di beni pubblici, alle cartolarizzazioni, ai condoni, all’imposizione fiscale in parte tolta e poi prontamente ripristinata, anzi, con la scusa di favorire i meno abbienti, spalmata sotto le mentite spoglie di balzelli indiretti proprio sulle categorie più disagiate, ai “tesoretti”, ai bilanci contestati dalle Autorità Europee, ed alle fanciullesche giustificazioni, etc., tutti rimedi che fanno sparire le cifre dai bilanci ufficiali, ma che purtroppo spostano solo in avanti il problema ed impoveriscono ancor più i comuni cittadini. Analgesici che non curano, ma leniscono temporaneamente il dolore del complessivo organismo statale. Pura terapia del dolore che non risolve la moria cancerosa delle cellule. Per farlo rientrare è necessaria una seria politica di riduzione della pressione fiscale, ripresa economica, sviluppo, prelievi fiscali certi, contenimento delle spese, riduzione dell’apparato statale (sanità, scuola, enti, sovrapposizioni, rendite pubbliche consolidate, privative, privilegi, regalie, appannaggi, mezzi ed organici di funzionamento parlamentare, di governo, e della Presidenza della Repubblica… etc.).
Altrimenti saranno i nostri figli ed i nipoti, ed nipoti dei nipoti, a portarne ancora il peso, a dover pagare ed a maledire la politica.
Il Dominio delle Banche
Risulta necessario conoscere fino in fondo la realtà, la verità sul debito pubblico per la soluzione di ogni problema economico-finanziario del nostro paese. S’intende fare specifico riferimento alla fabbricazione, alla circolazione del denaro ed, in definitiva, al suo godimento. Diversamente da quanto recita il logo, la Banca d’Italia S.P.A. non risulta di proprietà dello Stato italiano, né agisce nell’interesse di questi, considerato che i suoi azionisti Gruppo Intesa (27,2%), Gruppo San Paolo (17,23%), Gruppo Capitalia (11,15%), Gruppo Unicredito (10,97%), Banca Carige (3,96%), Bnl (2,83%), Monte dei Paschi di Siena (2,50%), Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%), ed altre banche minori sono detentori di ben l’85% del suo capitale sociale, fatte salve recenti variazioni di partecipazione. Cosicché gli istituti di credito azionisti della Banca d’Italia con un capitale investito di soli 260 milioni di vecchie lire, nel corso degli anni hanno lucrato un ingente differenziale di fabbricazione e messa in circolazione della moneta dello Stato italiano. Si tratta del cosiddetto “Signoraggio” usurario. Vediamo di comprendere la natura e la dimensione, sia dello scippo subito dagli italiani, sia della vera causa dell’usura conseguente.
Dopo l’avvento della costituzione dell’Unità d’Italia, gli istituti di emissione monetaria sino ad allora esistenti nello Stivale furono accentrati nella Banca d’Italia, che sin d’allora accolse la partecipazione azionaria delle principali banche italiane. In quegli anni esisteva l’obbligo della riserva aurea necessaria per garantire la convertibilità della moneta emessa con oro corrispondente al suo valore di mercato. L’obbligo della garanzia convertibile delle emissioni con parità aurea, era stato istituito nel 1694 dalla Banca d’Inghilterra al fine di dare certezza e stabilità alle banconote emesse, seguita poi a far data dal 1944 dagli istituti di emissione dei principali paesi, quando ad iniziativa dell’economista John Maynard Keynes, primo Barone Keynes di Tilton e da molti considerato il più grande economista del XX secolo, intervenne l’accordo di Bretton Woods fra i rappresentanti di 44 paesi impegnati nella guerra contro l’Asse Tedesco, finalizzato al ripristino delle condizioni di convertibilità delle monete e alla creazione di un sistema di compensazione multilaterale delle bilance dei pagamenti al termine della guerra.
A Bretton Woods furono presentati due progetti per il futuro sistema monetario internazionale. Il primo, di parte britannica, portava la firma di Keynes, che prevedeva la costituzione di una banca centrale mondiale che avrebbe avuto il potere d’intervenire sui mercati per regolare i rapporti tra debitori e creditori. La banca avrebbe dovuto regolare tali rapporti tramite l’emissione di una propria moneta, che stando allo stesso studioso inglese avrebbe dovuto assumere il nome di Bancor, ovvero “Oro Bancario”.
Il secondo progetto fu redatto dal sottosegretario al tesoro americano, Harry Dexter Withe, che prevedeva, invece un semplice fondo di stabilizzazione dei tassi di cambio. Il risultato raggiunto fu un compromesso fra i due progetti iniziali. Il capitalismo si dotava di due organismi finanziari internazionali, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che avevano il compito di coordinare le politiche economiche dei singoli stati nazionali, soprattutto in una materia delicata come quella monetaria. Nonostante siano passati oltre 60 anni, tali organismi finanziari, gestiscono tuttora il sistema finanziario mondiale. In sostanza il sistema monetario nato a Bretton Woods venne ad imperniarsi sul ruolo centrale del dollaro, l’unica moneta che al tempo avrebbe potuto reggere la conversione in oro. La banca centrale americana, la Federal Reserve, s’impegnò a convertire la propria moneta in oro secondo una parità stabilita dagli medesimi accordi di Bretton Woods.
Gli Stati Uniti, con la vittoria nella seconda guerra mondiale, posero le basi per il controllo dell’intera economia mondiale, relegando ad un ruolo secondario Giappone e Germania, i due principali antagonisti. L’Unione Sovietica, l’altra potenza imperialistica uscita vincitrice dal conflitto, in seguito al trattato di Yalta, esercitò la propria egemonia sull’Europa orientale.
Con gli accordi di Bretton Woods il dollaro diventò lo strumento monetario utilizzato negli scambi commerciali internazionali. Si ricorda che nel 1950 la produzione statunitense rappresentava quasi il 50% dell’economia mondiale. Gli Stati Uniti, oltre ad essere il principale produttore di merci del mondo, avevano in mano anche il controllo assoluto della politica monetaria su scala internazionale. Infatti, con il sistema costruito a Bretton Woods, gli Stati Uniti non solo di fatto imposero agli altri paesi l’utilizzo del dollaro nei commerci internazionali, ma questi furono obbligati ad intervenire sul mercato per mantenere la parità della propria moneta rispetto a quella americana. Se gli Stati Uniti immettevano sul mercato una quantità di dollari superiore alle necessità dei traffici commerciali, cosa che puntualmente si è verificata, gli altri paesi erano obbligati ad acquistare i dollari in surplus per mantenere in equilibrio l’intero sistema monetario. Fino a tutti gli anni sessanta gli Stati Uniti mantennero il dominio incontrastato sui mercati internazionali. Essi furono il maggior paese esportatore al mondo e presentarono ogni anno una bilancia commerciale ampiamente in attivo. Le industrie americane, oltre a poter usufruire di un mercato interno di dimensioni continentali che permise loro di realizzare grosse economie di scala, furono le più competitive sui mercati internazionali, anche per i massicci investimenti nella ricerca effettuati anzitempo rispetto alle altre economie.
Nel 1971 il presidente statunitense Nixon con la dichiarazione unilaterale di inconvertibilità del dollaro in oro, poneva fine al regime dei cambi fissi instaurato dagli accordi, che sino ad allora aveva consentito lo straordinario sviluppo dei paesi che vi avevano aderito.
Venne così a mancare ogni forma di controllo sulle emissioni monetarie, decise autonomamente dalla rispettive banche centrali. Dunque nel 1971 iniziò la pericolosa instabilità monetaria che per il nostro paese ha avuto per conseguenza la graduale crescita verticale dell’ingente debito pubblico, spinto vertiginosamente a salire dalle dissennate politiche di quegli anni e dei successivi. Seguendo l’esempio degli Stati Uniti dall’ottobre 1971 la Banca d’Italia continuò ad emettere moneta, con la differenza però che la stampa delle banconote non avvenne più con la garanzia delle riserve e naturalmente ad esclusivo vantaggio della Banca d’Italia medesima, divenuta così proprietaria della moneta emessa, e prestata nel tempo ai governi via, via succedutisi, col risultato che già nel 2000 il debito pubblico dello Stato, ovvero dei cittadini si è attestato allo strabiliante ammontare di 3500 milioni di miliardi. In realtà la Banca d’Italia rivestì, e riveste tuttora, soltanto il ruolo di ente delegato dallo Stato, ovvero dal popolo sovrano, all’emissione di banconote per conto di esso Stato. In conseguenza della politica creditizia verso lo Stato e versi i cittadini effettuata con banconote, ossia, carta stampata, il cui valore è da ritenersi per mera convenzione, e senza alcun reale contro valore patrimoniale da parte dell’ente emittente, e dunque alla medesima stregua di assegni a vuoto, le banche italiane azioniste della Banca d’Italia hanno lucrato e lucrano ancora, il così detto “vantaggio di signoria”, una sorta di privativa sugli interessi dello stato e quindi dei cittadini, ovvero la peggiore usura praticata, questa volta in base a delle convenzioni legali. O meglio, un enorme vantaggio economico e finanziario, costruito sul nulla, salvo l’acquisto della carta ed i costi di fabbricazione, d’esercizio e di messa in circolazione. Basti considerare che il rapporto tra valore nominale, di stampa, delle banconote immesse in circolazione ed i costi per carta, allestimento e stampa, è pari al 10 per mille. Cosicché ogni milione di lire, stampato sino all’anno 2000, aveva un costo di sole 10 mila lire ed un ricarico di ben 999 mila lire, pari al 990%. A tal proposito, una sentenza emessa nel 2005 dal Tribunale di Lecce a seguito d’una CTU (Consulenza Tecnica d’Uffico), tramite la quale s’è statuito il principio che la proprietà della moneta non è né della Banca d’Italia, e né tanto meno della Banca Centrale Europea, bensì del popolo sovrano, ossia degli italiani, e che l’accentramento privativo di cui hanno beneficiato le banche azioniste, ovvero il reddito di cittadinanza sottratto attraverso le sole banconote circolanti nei precedenti sette anni, dal 1998 al 2004, ammontava ad oltre 5.023 miliardi di euro. A riprova, è appena il caso di indicare che con l’avvento delle transazioni elettroniche, le moneta cartacea costituisce soltanto il 10% dell’intero ammontare delle operazioni creditizie effettuate dal sistema bancario, sino a ritenere che il prelievo forzoso riconosciuto dal giudizio leccese va moltiplicato per almeno 10 volte.
La restituzione della sovranità monetaria al popolo italiano comporterebbe due ineguagliabili benefici immediati. Il primo consistente nell’azzeramento del debito pubblico con la conseguente eliminazione delle disumane gabelle fiscali, il secondo, la destinazione del reddito di cittadinanza ai suoi reali aventi diritto, ossia lo Stato ed i Cittadini. La qual condizione permetterebbe ad esempio e finalmente a tutti di divenire proprietari della propria casa di abitazione veder pericolosamente intaccati i rispettivi redditi da lavoro o previdenziali, invece influenzabili dalle riforme prospettata e decisamente in meglio. Oggigiorno solo gli istituti di credito azionisti di Bankitalia detentori dell’85% del suo capitale sociale, rimangono i beneficiari dell’enorme debito pubblico. Ma l’aspetto più sconcertante è rappresentato dal fatto che la Banca d’Italia, nel suo bilancio del 2004 ha iscritto nello stato del passivo l’importo di 99.007 miliardi di euro per moneta circolante, equivalente alla quota parte di banconote stampate dall’Italia nell’ambito della Banca Centrale Europea. Considerato che il costo di carta e stampa della moneta non supera il dieci per mille, e che non esistono riserve per garantire l’ingente circolante, il cui valore e solo convenzionale e non intrinseco, come invece potrebbe essere se ogni moneta fosse di metallo pregiato, la Banca d’Italia avrebbe iscritto in bilancio un debito inesistente solo per eludere l’ammontare reale dell’assurdo privilegio-prelievo che realizza annualmente. Insomma, è tutto un giro vorticoso di denaro cartaceo che non vale nulla, solo il “numerario facciale” che per pura convenzione viene scambiato.
Continua…
(in collaborazione con vettaditalia de IlGiulivo.com per la parte economico-storica)
Se il post ti è piaciuto continua a seguire il blog sottoscrivendo il feed.




0 commenti finora ↓
Non ci sono ancora commenti... tocca a te iniziare.
Lascia un Commento