Problemi Storici e Riforme Definitive: Pensioni II

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Problemi Storici e Riforme Definitive: Pensioni II

Luglio 29th, 2007 · Nessun Commento
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IIa Fase: Dalla Prima Repubblica Al III° Millennio

Non risulta oggettivamente possibile chiudere in pochi punti la vicenda economica italiana del secondo dopoguerra. Si possono individuare alcuni periodi sulla base dell’andamento delle grandezze economiche fondamentali relative alla quarta crisi.

- Il Primo Periodo, che va dal 1950 al 1968, tralasciando gli anni della ricostruzione postbellica, si caratterizzò da un rilevante tasso di sviluppo - superiore al 5% medio annuo - da una sostanziale assenza di inflazione, da un costo del debito inferiore al tasso di crescita e da una politica fiscale molto equilibrata, per scelta e per effetto della forte crescita economica. Il rapporto fra debito pubblico e prodotto interno scese da 41 nel 1951, a 33 nel 1964, per poi risalire a 41 nel 1968, quando cominciavano a manifestarsi le prime tensioni, finanziarie ed economiche sul piano interno e su quello internazionale.

- Il Secondo Periodo, dal 1968 al 1983, si caratterizzò per una rilevante inflazione, superiore a quella dei principali paesi, a causa di ripetute svalutazioni della lira, di una crescita ancora sostenuta intorno al 3% medio, e di tassi di interesse reali fortemente negativi, resi possibili dall’impostazione permissiva della politica monetaria degli Stati Uniti. A partire dal 1973 il saldo del bilancio pubblico diventò fortemente negativo - nella media del periodo intorno al 10% annuo - per effetto dell’aumento delle spese - circa 10 punti di prodotto interno di cui 4 per interessi - e di una stagnazione delle entrate che solo alla fine degli anni ’70 superarono i livelli di inizio decennio. Gli effetti sul rapporto debito prodotto - pari a 55 nel 1973, ed a 60 nel 1981 - furono relativamente contenuti per la rilevante tassa d’inflazione imposta ai detentori del debito pubblico. La differenza fra saggio d’inflazione, misurato dal deflatore del prodotto interno, e costo medio del debito pubblico fu in media superiore al 10% dal 1975 al 1981. L’inversione della politica monetaria degli Stati Uniti con la presidenza Reagan rese progressivamente impraticabile questa modalità di finanziamento delle spese pubbliche. Infatti, il 1983 fu l’ultimo anno in cui il costo medio del debito pubblico risultò inferiore al tasso d’inflazione. Già nei 70, primi anni ’80, apparirono comunque visibili gli effetti di questa nuova linea di politica monetaria. Nel 1983 il rapporto debito prodotto sali a 71, da 60 di due anni prima.

- Il Terzo Periodo, dal 1983 al 1996, si verificò una fortissima accumulazione di debito pubblico, che in termini di prodotto ha raggiunto il massimo a 124 nel 1994, per poi stabilizzarsi a quel livello nei due anni successivi. Fu un periodo di apprezzabile sviluppo, prima della recessione internazionale dell’inizio del decennio ’90, di contenimento relativo delle spese pubbliche e di crescita delle entrate che aumentarono di 8 punti, ma soprattutto di tassi di interesse reali storicamente elevati. Nel nostro paese il rendimento reale dei titoli del debito pubblico fu dell’ordine del 5%, con un’incidenza della spesa per interessi sul debito pubblico che nel 1994 raggiunse il 12 % del prodotto interno.

A tutto ciò, in riferimento al Secondo e Terzo Periodo, va aggiunta una dannosa politica socio-economica lasciata alla contesa delle categorie, del sistema corporativo ancora fortemente radicato, e delle pretese ideologiche, falsamente protettive, innescate dalla triplice sindacale. Tutte le richieste vennero tragicamente esaudite. Fu il periodo delle cosiddette pensioni Baby, che si risolse in una corsa al massacro dei conti pubblici della quale pagheremo per lunghi decenni, e forse più, le nefaste conseguenze.
Gli effetti delle variabili appena descritte furono devastanti, come testimoniano i dati relativi al rapporto debito prodotto.
In questo lasso deve essere sottolineata la passività delle nostre autorità di politica economica che assistettero inerti all’evoluzione della finanza pubblica, forse soddisfatte del fatto che a tassi di interesse reali così elevati fosse comunque possibile il finanziamento del Tesoro. Solo la crisi valutaria del 1991, con la forte svalutazione della lira che ne derivò, avviò una politica di riequilibrio, che al di là degli effetti immediati relativamente modesti, stabilizzò comunque le aspettative degli operatori nazionali ed esteri.

- Il Quarto Periodo, da1996 al 2001, ha segnato, o sembra aver segnato, un’inversione di tendenza. Tassi di sviluppo di nuovo accettabili e la forte riduzione dei tassi d’interesse derivanti sia dalla politica degli Stati Uniti, sia dalla nostra adesione al trattato di Maastricht, hanno consentito di avviare un processo di riduzione del rapporto debito prodotto che nel 2001 è sceso a 109. Si può qui ricordare che dal 1994 al 2001 l’indebitamento delle pubbliche amministrazioni è diminuito di quasi 8 punti - da 9,3 a 1,4 - per effetto di una riduzione delle spese diverse dagli interessi di 2 punti, di un modesto aumento delle entrate - 0,7 punti - e di una diminuzione della spesa per interessi di 5,1 punti.

L’obbiettivo della presente succinta ricostruzione della storia del debito pubblico italiano, si identifica con l’individuazione di alcune costanti nella storia della finanza pubblica, e più in generale della politica economica, del nostro paese. Certamente, non è possibile un’interpretazione unitaria di vicende così diverse nelle loro origini, nella loro dinamica e nelle loro specificità storiche. Si possono tuttavia proporre alcune ipotesi di decifrazione.
Qualsiasi interpretazione dell’evoluzione del debito pubblico nel nostro paese deve attribuire rilievo essenziale alla forte dipendenza dell’economia italiana dal ciclo internazionale e, in particolare, da quello europeo. L’Italia subì gli effetti della Grande Depressione dell’ultima parte del secolo scorso, così come partecipò pienamente al grande sviluppo dell’inizio del XX secolo. Fu coinvolta in tutte le vicende, finanziarie e reali, del periodo compreso fra le due guerre. La tumultuosa crescita successiva alla seconda guerra mondiale vide l’Italia protagonista quasi alla pari. Anche negli ultimi travagliati trent’anni la crescita italiana fu uguale a quella europea, nonostante un relativo rallentamento nel recente periodo.

Si può poi riconoscere la forte dipendenza dell’indebitamento pubblico dal più generale andamento macroeconomico. In altri termini, i fattori interni del saldo di bilancio è un importante elemento esplicativo delle variazioni del rapporto debito prodotto. I paralleli incrementi di entrate e di spese pubbliche nei ventennio di forte e ininterrotto sviluppo successivo alla seconda guerra mondiale consentirono un’elevata espansione di consumi collettivi e di prestazioni sociali, in un contesto di diminuzione del rapporto debito prodotto. A prescindere dalla mediocre qualità della gestione economica di quegli anni, lo sviluppo irregolare e rallentato degli anni ’70 e seguenti, fu causa importante della prima grande accumulazione di debito pubblico a partire dai primi anni ’80. In modo del tutto analogo, l’evoluzione dei tassi d’interesse reali internazionali si è sempre riflessa sul costo del debito pubblico, con effetti esplosivi nel decennio 1983-93. Nel quadro delineato, si collocano alcune specificità italiane che hanno certamente contribuito ad esasperare le difficoltà di ordine generale. Una prima osservazione riguarda il fatto che tutte le fasi di accumulazione del debito pubblico furono innescate dall’imitazione di scelte e di comportamenti dei paesi egemoni. Sono state infatti cause dirette d’incremento dell’indebitamento pubblico, e quindi dell’avvio dell’accumulazione del debito, le guerre africane del “Periodo Crispino”, la guerra di Libia e la conquista dell’Etiopia. Su scala ben più vasta la ritardata partecipazione dell’Italia alle due guerre mondiali, dopo una fase di forte incremento del rapporto debito prodotto, fu causa di dissolvimento di un ordinato sistema di finanza pubblica. A partire dalla fine degli anni ’60, l’ultimo caso di comportamento imitativo riguarda la costruzione di un modello di protezione sociale analogo a quello vigente nei paesi europei più avanzati su detto terreno, e ciò sotto la spinta di antitetiche forze socio-politico-corporativo-sindacali, inconsapevoli o consapevoli della insussistenza delle condizioni minime sufficienti di bilancio. In breve, s’è andati al totale scoperto. Tentativi e proposte di riforma risalgono ai primi governi di centro-sinistra della seconda metà del secolo scorso, le cui parziali realizzazioni trovarono di fatto timido avvio nel corso degli anni ’70, in un contesto macroeconomico molto meno favorevole. Nella storia del nostro paese è poi riconoscibile una sistematica componente speculativa, che ha fortemente influito sul valore esterno della lira con importanti conseguenze sulla dinamica inflazionistica interna e quindi sull’andamento del rapporto debito prodotto. Le politiche di stabilizzazione, successive alle crisi valutarie, vennero peraltro tipicamente attuate attraverso provvedimenti fiscali restrittivi finalizzati sia al miglioramento dei conti pubblici, sia al contenimento delle aspettative di svalutazione.

Infine l’instabilità valutaria degli anni ’70 ebbe origine in un contesto caratterizzato da un avanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti, da rilevanti esportazioni di capitali e da un contenuto squilibrio di finanza pubblica. Negli anni successivi il tentativo di allentare le tensioni sociali e di correggere la distribuzione funzionale del reddito con sistematiche svalutazioni della lira ha portato al radicamento dell’inflazione nel nostro sistema economico. Alla perpetuazione di una pericolosa situazione d’instabilità ha poi contribuito una politica fiscale che, nel vano tentativo di evitare all’economia italiana le recessioni di origine internazionale, ha aggiunto ulteriori elementi di squilibrio, appesantendo il sistema nel suo complesso. D’altra parte il recupero di una situazione di stabilità finanziaria e l’avvio della riduzione del rapporto debito prodotto dal livello massimo raggiunto nel 1994 furono possibili dall’adesione ai progetti di moneta europea.

A conclusione di questa parte di commento, si può tentare di paragonare il nostro sistema di finanza pubblica con quello dei principali paesi europei. Nel 2000 le entrate delle amministrazioni pubbliche erano pari al 46% del prodotto interno, le spese primarie al 40% e gli interessi al 6%. Con un indebitamento annuale ormai molto contenuto, inferiore al 2%, la consistenza del debito era comunque pari al 109%. Rispetto alla media europea le nostre entrate erano inferiori di 1 punto; le spese primarie e gli interessi, rispettivamente, erano inferiori e superiori di 3 punti. La grande divaricazione è dunque riconducibile alla dimensione del debito pubblico: la media europea era pari a 61, contro il valore di 109 riferito all’Italia. In estrema sintesi, abbiamo adottato il modello europeo di finanza pubblica e di protezione sociale, ma siamo entrati nel XXI secolo al termine di un processo di accumulazione del debito pubblico che su scala internazionale è difficilmente riscontrabile in tempo di pace e dopo un periodo di crescita nella media del periodo molto sostenuta. Nella storia del debito pubblico italiano l’interpretazione del periodo che va dal 1974 al 1994 costituisce il problema veramente aperto, specie per le decise varianti politiche che lo hanno determinato.
L’energica politica di contenimento della spesa e di incremento delle entrate perseguita a partire dal 1994 è riuscita a riportare il suddetto rapporto nei limiti richiesti dal trattato; tuttavia il rientro dell’ingente debito pubblico, ossia la sua riduzione verso il livello considerato accettabile del 60% del PIL, non potrà che avvenire lentamente e molto gradualmente.
Valga su ogni altra considerazione, l’intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine al Merito del Lavoro ai Cavalieri del Lavoro nominati il 2 giugno 2003.

«L’attenzione per l’economia reale non deve far venir meno la necessità di mantenere sotto controllo la finanza pubblica. Sappiamo di dover continuare ad avere un elevato avanzo primario per riassorbire e rendere gradualmente meno gravoso il peso del debito pubblico; esso, pur ridotto, in termini di prodotto interno lordo, rispetto ai massimi di metà anni ‘90, incombe ancora sulla stabilità e sullo sviluppo di lungo periodo».

Il Debito Pubblico messo a Nudo

Qualcuno avrà mai pensato di spiegare il debito pubblico al proprio figlio? Forse è meglio farlo prima che sia lui a chiederlo, stordito dalle chiacchiere su spiagge da mettere in vendita, moniti dell’Unione Europea, titoloni su manovre dissanguanti e pensioni che si riducono, anzi che forse non vedranno la luce. Su tutte, due domanda a bruciapelo. Da dove nasce tutto? Di chi è la colpa? Da dove vengono quei 1.500 miliardi di euro, ed oltre, che non ci fanno dormire di notte e che prima o poi qualcuno dovrà pagare? Toccherà a chi? E per quanto tempo?
Per rispondere, ci sono due possibilità: far finta di nulla, divagare, scantonare, col rischio che un giorno l’erede pensi che anche il propri genitori erano complici, oppure mandare a memoria quanto segue.
“I giovani hanno gli anni in tasca”, ma forse non sanno di avere nelle stesse tasche una cambiale da 1.500 miliardi di euro che potrebbe rosicchiar loro quegli anni come una tarma, nel futuro già fortemente ipotecato. Meglio spiegar loro la provenienza di quella cambiale, chi l’ha firmata e come si potrebbe estinguere.

É una storia, non nasce dal nulla, anche se i veri responsabili oggi “fanno gli indiani”.

Chi ringraziare?

Debito Pubblico Italiano 1970-2006

Ripercorrerla può farci capire da dove è cominciato tutto. E soprattutto chi dobbiamo ringraziare. È una storia che parte dalla fine degli anni Sessanta, gli anni del miracoloso Boom Economico che si tramuta, sul finire del decennio, in lotte e tensioni sociali, quelli in cui si gettano le basi del consociativismo politico. Per usare le parole dell’allora governatore della Banca d’Italia Guido Carli, gli anni della scala mobile e «Dello sciagurato accordo sul punto unico di contingenza». È proprio in quel periodo che il debito pubblico apre la sua voragine e cresce, cresce a dismisura. Gli anni Settanta sono quelli dello “Shock Petrolifero” e del “Crollo del Sistema Monetario” incentrato sul dollaro. La spesa pubblica accelera il suo moto ascendente. Aumentano le erogazioni della previdenza, della sanità, sale il costo dei dipendenti pubblici. Si distribuiscono a “Gogo”, immeritate pensioni a destra ed a manca. É il bengodi dei dipendenti pubblici, in specie quelli dell’Istruzione. Segnatamente le Signore Insegnanti, che dopo qualche anno di lavoro post sessantottino si ritirano a casa a fare le mamme e la calza con la sicurezza della pensione, seppur di poco conto, ma tante vacanze. Ma tant’è, i casi si moltiplicano a dismisura ed anche le spese a carico dello stato.. Poi, purtroppo, c’è anche l’esigenza di pagare gli interessi sul debito pubblico, che iniziano a divenire significativi proprio in quegli anni. Come se lo Stato-Imprenditore fosse finito nella spirale di un gruppo di creditori-usurai. Solo che invece di far rientrare i debiti, producendo di più, cercando di tirare la cinghia, viene preso da un’effervescente ebbrezza spendacciona, onerosa per le generazioni future.

Davvero in quel periodo cominciano a largheggiare le pensioni baby, quelle d’invalidità, le spese per la politica, per i ministeri, per i finanziamenti a pioggia, per i ripetuti investimenti improduttivi nel Meridione, per gli interventi a sostegno sociale delle classi operaie della grande industria, per le industrie puntellate a conforto delle anzidette classi operaie, per i sindacalismo sorretto a suon di miliardi, assurde privative, e regalie previdenziali doppie attribuite ai loro addetti, manovratori agit-prop sindacali, per gli acquisti di società industriali, manifatturiere e finanziarie decotte, per il mantenimento in vita dei carrozzoni di stato, per il mancato azzeramento dei mille, e più mille, inutili ed obsoleti enti di stato, per la costruzione di improvvide opere sociali ed infrastrutturali mai compiute (ospedali, acquedotti, dighe, invasi, condotte, grandi canalizzazioni, circonvallazioni, direttrici viarie, carceri, centri sociali, residenze per anziani, distretti industriali fantasma, etc.,……), etc. Non va dimenticata l’assurda spinta, e successiva realizzazione, dell’ulteriore anacronistico frazionamento e suddivisione dell’amministrazione territoriale: cresce il numero delle province e, con esse, il costo della gestione periferica, fenomeno che vedrà il suo massimo nei primi anni del terzo millennio, quando invece da molto tempo si discute sulla necessità di azzeramento di questi enti intermedi, tanto da mantenere i soli due fondamentali ed utili, vale a dire, i comuni e le regioni. Insomma, un fiume ininterrotto di denaro pubblico buttato al vento, del quale se n’è fatto beneficio il solito giro accroccato attorno al voto di scambio, ed alle aspirazioni localistiche di rivalsa. Sono i cosiddetti costi “indiretti” della politica. Fatto sta, che debito pubblico passa dal 33% rispetto al Pil degli anni Sessanta, al 41% del 1975. La percentuale contiene già in potenza tutta la serie di problemi strutturali della politica economica italiana. Sia chiaro, la spesa aumenta anche perché lo stato protegge e assiste di più i suoi cittadini, ma i governanti non ritengono di controbilanciare con adeguate tasse, come fanno in Francia e in Germania. Risultato, il debito pubblico s’impenna.

Continua…

(in collaborazione con vettaditalia de IlGiulivo.com per la parte economico-storica)

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Categorie: italiano · politica



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