Problemi Storici e Riforme Definitive: Pensioni I

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Problemi Storici e Riforme Definitive: Pensioni I

Luglio 26th, 2007 · Nessun Commento
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Che forma può avere la libertà se non quella di disporre pienamente della propria vita e del proprio futuro ? E nella propria vita pubblica, che cosa lo è di più, se non il lavoro che costituisce l’aspetto più importante per essa? Avere il controllo della nostra fatica - e talvolta passione - decidere del cosa, del come e del quando impegnare, impiegare e fare di noi stessi? E quale libertà può definirsi vera e completa se non ci permette di controllarne le conseguenze? Ovvero quando, per qualunque ragione, vogliamo smettere di lavorare?
In questa ricerca della libertà, quindi, chi negherebbe affinché le pensioni giochino un ruolo fondamentale, forse anche risanatore della tribolata vicenda economico-finaziaria dello Stato?
Non possiamo accontentarci di una soluzione temporanea o «sostenibile». Chi vorrebbe un futuro «sostenibile»? Si può immaginare un grande eroe che lotta per una «libertà sostenibile»? O che parlando di essa, ordisce difficoltà al presente, impedisce una serena prospettiva del futuro, compromette la stabilità, ed usa parole d’odio mettendo le generazioni l’una contro l’altra?

Per questo, nella misere polemiche di questi giorni che avviluppano il tema, infastidisce la pochezza, la ciclicità con la quale fanno capolino gli stessi concetti ed attori, sempre più deboli e distanti dalla realtà.
Già da tempo si poteva prevedere la situazione attuale ed adottare provvedimenti definitivi in grado di dare tranquillità ai cittadini. Per il vero, quanto ora sembra ovvio e che appare semplicemente l’unica cosa logica da fare, tenuto conto dei cambiamenti socio-economici globali, strutturali, e demografici, è già stato realizzato negli anni ’80 del secolo scorso in Cile. Una riforma risolutiva e definitiva delle pensioni, che ha portato alla privatizzazione dell’intero sistema pensionistico, dando libertà al singolo, maggiore ricchezza, più sicurezza circa il proprio futuro, e soprattutto costi sociali minori, davvero «sostenibili», questa volta per lo Stato Sociale.

È stupefacente notare che alcune situazioni, a quel tempo impossibili da prevedere, rendono ancora più vantaggioso quel cambiamento introdotto con tanta perspicacia e previsione degli assetti futuri. Se infatti le motivazioni demografiche già imponevano un tal genere di scelta - così come la maggiore libertà personale consigliava - risultava certamente impossibile riuscire a prevedere l’evolversi del lavoro nelle fattispecie della flessibilità, che come oggi sappiamo porta a compiere un maggior numero e varietà di lavori nella vita lavorativa di ogni singolo individuo, e quindi notevole incertezza a livello pensionistico. Vanno aggiunte anche le frequenti opportunità della mobilità - specialmente in Europa) - ostacolate attualmente dalle differenze legislative (al tempo c’era la guerra fredda).
Attraverso l’accennato e nuovo assetto previdenziale, il conflitto in corso tra le generazioni e strutturale del sistema attuale, per i quali i giovani pagano le pensioni degli anziani, verrebbe meno, eliminando così ogni motivo di contrasto. Anche la flessibilità lavorativa cesserebbe di essere un gravoso problema, perché giovani e madri, o chiunque altro abbia voglia o debba lavorare per minor tempo, potrebbe farlo mantenendo il controllo e la certezza della propria pensione. Lo stesso potrebbe dirsi per coloro che volessero vivere anche temporaneamente all’estero. Essi potrebbero spostare i propri denari con sé, dato che ne detengono il pieno controllo.

In generale, si assisterebbe in ogni campo, sul piano culturale, sociale ed economico, considerato anche il ruolo tutorio e previdenziale dello Stato, allo spostamento del fulcro d’interesse dalla massa indistinta all’individuo, essenziale aspetto non prevedibile al tempo della riforma cilena, e che rende ancor più indicata una ristrutturazione in tal senso.
Inoltre le conseguenze benefiche non si limiterebbero ad un lontano futuro, ma fin da subito investirebbero la società fornendo capitali salvifici, che le tasse e le incertezze legali hanno sempre limitato, specie in Italia oltrechè nelle opulente democrazie europee a forte propensione sociale e con asfittica dinamica demografica, utili per finanziare la crescita delle Nazioni.

I Fondamenti del Sistema Pensionistico Cileno

Grazie all’esperienza cilena, estesasi poi ad altri Paesi sudamericani, disponiamo di dati utili, per sostenere che non si tratta di irraggiungibili e remote possibilità, ma di un progetto concreto, certamente complesso da realizzare soprattutto per la fase di transizione, che però risulterebbe percorribile da un governo forte che veramente volesse finalmente risolvere un grave problema.
Riforme sostanziali e durature sono possibili, anzi indispensabili.

Tutto parte dalla “responsabilità”, l’architrave su cui si reggerà la società futura. Senza di essa, infatti, tutto viene lasciato in balia di forze esterne, oscure, oppure al caso, alla fortuna. Invece dando libertà al singolo, sfiducia e senso di impotenza svaniscono poiché ognuno può decidere ogni giorno cosa fare di se medesimo e del proprio accumulo previdenziale, tolto dalle mani e dalla “cura” di terzi e degli Enti Statali famelici e dalle voglie clientelari della politica. Sta nei fatti che il dissesto del sistema pensionistico italiano è il frutto non solo degli andamenti tumultuosi e negativi della demografia lavorativa, ma anche, e non poco, dagli interventi improvvidi della classe politica e sindacale degli anni ’70, ‘80 e ’90, quando ancora si pensava che le possibilità del bilancio nazionale non potesse aver fine, così come la curva ciclica cinquantennale della crescita economica mondiale (Letture sull’Innovazione (3.5) - Cicli di Kondriatev, Le fonti primarie di energia: la grande sostituzione - Kondriatev Cycles). Furono quelli gli anni che videro crearsi lo stratosferico debito pubblico italiano. A puro titolo di memoria, per debito pubblico s’intende l’ammontare totale di moneta dovuto da uno stato alla sua popolazione, ad altri stati o ad istituzioni internazionali, quali la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Il disastro della previdenza italiana s’inserisce nel più ampio e peggiore quadro del Bilancio Pubblico Italiano. Ne costituisce un elemento fondamentale.

Il Debito Pubblico

In Italia, il debito pubblico viene contratto a livello nazionale dal governo centrale e a livello locale dagli organi amministrativi regionali, provinciali e comunali. Il debito pubblico nazionale viene creato principalmente mediante l’emissione di prestiti fruttiferi - con pagamento di interessi - rappresentati da titoli, in particolare obbligazioni. Storicamente, tali prestiti venivano contratti dagli Stati soprattutto per raccogliere fondi destinati a condurre guerre o a finanziare opere pubbliche, vale a dire per coprire spese straordinarie o investimenti pubblici. In epoche più recenti i governi sono ricorsi sempre più frequentemente al prestito anche per finanziare le spese ordinarie dello stato, o per migliorare le condizioni economiche, combattendo la disoccupazione e la depressione. Da qualche decennio, tali spese vanno sempre più, se non per intero, in disavanzo, ossia non sono coperte da entrate, per essere poi affannosamente rinnovate emettendo altri titoli, i quali ultimi accrescono l’ammontare del debito nazionale. Si tratta di un gorgo infernale senza fine.

Tuttavia, nel valutare la situazione del debito, più che il suo ammontare assoluto, occorre considerare la capacità d’una nazione di provvedere al rimborso ed al servizio del debito, cioè al pagamento degli interessi. Nei fatti i fondi occorrenti per il servizio e il rimborso debbono essere prelevati da ciò che una nazione produce annualmente, il prodotto interno lordo o PIL, ed è quindi essenziale che si mantenga una certa proporzione fra il debito pubblico e il prodotto nazionale. I titoli del debito pubblico hanno scadenze molto lunghe o possono venire rimborsati alla scadenza emettendo nuovi titoli, cioè contraendo nuovi debiti che sostituiscano quelli estinti. Appare evidente che un simile meccanismo consente anche di trasferire di fatto l’onere del debito alle generazioni future, insieme a quello nascente dal pagamento delle pensioni presenti e future. Più significativo, dal punto di vista economico, è osservare la relazione fra il disavanzo, o deficit, di bilancio e il PIL.

Il disavanzo costituisce l’eccedenza delle uscite sulle entrate del bilancio di uno Stato in un determinato anno, e va ovviamente tenuto distinto dal debito pubblico, che risulta invece dalla sommatoria accumulata di tutti i disavanzi di bilancio del passato. È pacifico che esiste una relazione fra il debito pubblico e il bilancio, soprattutto in quanto gli interessi sul debito pubblico vengono a pesare sul bilancio dei singoli esercizi, per i quali essi rappresentano delle uscite e contribuiscono quindi a generare ulteriore disavanzo. In tal senso si fa distinzione tra disavanzo primario, senza tener conto degli interessi, e disavanzo secondario, comprensivo di questi. Un disavanzo di bilancio pari al massimo al 3% del PIL, costituisce il criterio fondamentale posto dal trattato di Maastricht, al fine dell’ammissione d’un paese all’Unione monetaria europea.

Ebbene, l’Italia in quanto a debito pubblico, è un vero campione. I vari governi che si sono succeduti dagli anni ’70 in poi, ne hanno incrementato a dismisura l’ammontare, tanto da portare la Nazione, fra poche altre nella EU, a detenere la “maglia nera”, alla stregua di paesi che appena stanno uscendo dal disastroso regime ex comunista, anzi, a volte peggio..

Storia del Debito Pubblico

Ia Fase: Dall’Unità d’Italia Alla Prima Repubblica

Alla fine degli anni ottanta non c’era paese industrializzato, dagli Usa ai maggiori paesi europei sino al Giappone, che non avesse un deficit finanziario inferiore al 60% del Pil sino a toccare in alcuni rarissimi casi il 110-120% del Pil.

Il debito pubblico dell’Italia ha seguito in gran parte l’andamento verificatosi nei maggiori paesi mondiali. Con la costituzione del Regno d’Italia, nel 1861 venne istituito il “Gran Libro del Debito Pubblico”. Mentre in precedenza il debito dello stato era costituito da prestiti ottenuti in epoche diverse, in forme e con caratteristiche estremamente disparate, con tale provvedimento tutti i titoli vennero consolidati, ossia iscritti nel Gran Libro, che unificò i debiti che i vari stati della penisola avevano contratto anteriormente all’unità d’Italia.
Nella storia economico-finanziaria italiana, sono agevolmente individuabili quattro momenti di accumulazione del debito, suddivisi per comodità in due fasi, che corrispondono a profonde crisi del nostro sistema di finanza pubblica. Ognuna di queste crisi, tre nella prima fase ed una nella seconda, ma a sua volta suddivisa in quattro periodi, sia nel ciclo di accumulazione del debito, sia in quello del rientro o di sua stabilizzazione, va considerata specificamente, ed in questa sede si possono solo accennare gli aspetti essenziali.

- La Prima Crisi di Finanza Pubblica raggiunse l’apice nel 1897 quando il rapporto debito prodotto interno era di 117. L’evoluzione del rapporto, a partire dal 1885, fu influenzata dalle spese militari connesse alle guerre coloniali. Il fattore fondamentale risulta ancor oggi comunque riconducibile agli effetti della Grande Depressione che incise fortemente sul livelli di attività interni. Nel periodo che va dal 1891 al 1897 il rapporto debito prodotto crebbe di 17 punti, in presenza di un avanzo primario sempre positivo. La dinamica del debito va quindi totalmente attribuita alla caduta del prodotto interno che in valori correnti scese dai 13250 milioni del 1891 agli 11900 del 1897, come esito di una crescita reale praticamente nulla, di una rilevante caduta dell’indice di deflazione e di un costo medio del debito pubblico fermo al 4%. Con segni ovviamente invertiti, i fattori macroeconomici sono stati determinanti anche nel “Periodo Giolittiano”, quando il debito pubblico in termini di prodotto scese da 117 a 73, nonostante la guerra di Libia. Questi anni furono caratterizzati da una crescita economica molto sostenuta, tanto che a prezzi 1938 il prodotto interno lordo crebbe del 2,5%, nei 12 anni compresi fra il 1885 e il 1897 e del 58% nei 16 anni che vanno dal 1897 al 1913. Nello stesso tempo la politica di bilancio risultò ex post molto rigorosa, anche per effetto d’una robusta crescita economica. L’avanzo primario nei primi dieci anni del secolo si attestò in media vicino al 4%, salvo annullarsi progressivamente con la guerra condotta sulle sponde settentrionali dell’Africa.

- La Seconda Crisi di Finanza Pubblica va collegata alla partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale ed alle conseguenze che ne derivarono. Il rapporto debito prodotto sali da 71, nel 1913, a 99 alla fine della guerra. S’impennò poi nel biennio 1919-1920, raggiungendo il massimo storico di 160, nel 1920. Nei quattro anni successivi si ridusse in misura molto limitata (142 nel 1924). Solo con la sistemazione, o la cancellazione di fatto, dei debiti di guerra, oltre che con una rilevante caduta del debito interno, la seconda crisi di finanza pubblica potrà dirsi definitivamente superata, col rapporto debito prodotto pari a 51, nel 1926.
L’interpretazione del periodo bellico è resa complicata dalla qualità dei dati disponibili, e così dall’ampio uso delle gestioni fuori bilancio, dalla formazione di rilevanti debiti nei confronti dei fornitori dell’esercito, dal forte sostegno finanziario degli alleati, dalla contabilizzazione dei debiti a valori storici. Tutto ciò contribuisce a rendere difficilmente interpretabili i risultati che emergono. Il forte disavanzo primario dell’ordine del 20 % del prodotto interno, venne peraltro quasi compensato sia dal forte incremento del prodotto interno derivante dalla mobilitazione bellica, sia dall’inflazione degli anni di guerra. L’aumento del debito del periodo che va dal 1913 al 1918 fu infatti inferiore a 10 punti. La caduta del livello di attività riconducibile alla smobilitazione postbellica, comportò una caduta del prodotto interno del 20%, in costanza del disavanzo primario e del costo del debito. Anche la contemporanea rivalutazione del debito estero contributi a riportare fuori controllo il rapporto debito prodotto, ossia a 160 nel 1920.
Dal 1920 al 1924 tutti gli elementi disponibili indicano una sostanziale cristallizzazione del rapporto debito prodotto, nell’ambito di una progressiva eliminazione del disavanzo primario. Nell’esercizio 1924-25 si manifestò infine una rilevante caduta del rapporto debito prodotto, dell’ordine di 20 punti. Queste marcate variazioni, associate a una situazione di equilibrio dei conti pubblici e alla costanza del tasso d’interesse, furono il risultato della crisi del cambio di quell’anno e dell’inflazione che ne consegui. Nel 1925 il prodotto nominale crebbe del 25% rispetto all’anno precedente, nel mentre il tasso di crescita reale fu pari al 5%, contro la stagnazione dell’anno precedente, ma il deflatore aumentò del 18%, contro il 5 % del 1924. Questa improvvisa fiammata inflazionistica, associata alla cancellazione del debito estero, ricondusse il rapporto debito prodotto a 52, il livello minimo dall’unificazione italiana.
Nella vicenda brevemente esposta conviene soffermarsi sull’aggiustamento postbellico, considerando in particolare l’andamento del saldo di bilancio. Nell’esame del biennio successivo agli eventi di guerra ci si deve interrogare, in particolare, sul ruolo che la finanza pubblica ebbe nel grande disordine valutario che ha caratterizzato il 1919 e il 1920. Ebbene, emerge che i problemi di finanza pubblica furono una concausa, più che un elemento determinante, della crisi finanziaria di quel periodo. Si deve in particolare ricordare che problemi di finanziamento di un disavanzo molto elevato non si manifestarono nel 1921, quando rientrarono le pressioni speculative nate in un quadro internazionale del tutto perturbato. La crisi bancaria, associata o determinata da enormi problemi di riconversione produttiva in assenza di qualsiasi ancoraggio internazionale, fu l’elemento dominante nella crisi del biennio 1919-20.

- La Terza Crisi di Finanza Pubblica va dal 1925 alla fine della seconda guerra mondiale. Il rapporto debito prodotto salì da 51, nel 1926, a 88 nel 1934, con una sostanziale costanza delle spese in termini nominali e una rilevante diminuzione delle entrate, che per effetto della depressione degli anni ’30 passarono dai 21 miliardi del 1929 ai 18 del 34. L’andamento del rapporto fu essenzialmente determinato dall’evoluzione macroeconomica negativa, che incise sul livello delle entrate, e da una politica economica che non compensò adeguatamente con provvedimenti discrezionali il deterioramento del saldo di bilancio.
Negli anni successivi il buon andamento economico, nonostante l’aumento delle spese militari, consentì di ridurre il rapporto debito prodotto a 79, nel 1939. L’entrata nel conflitto mondiale avviò una fase di crescita del rapporto che si protrasse fino al 1943, quando si raggiunse il livello di 108. L’aumento dei prezzi, particolarmente forte dopo la caduta del regime fascista, determinò una rapida caduta del rapporto debito prodotto che nel 1946 era pari a 40.

Continua…

(in collaborazione con vettaditalia de IlGiulivo.com per la parte economico-storica)

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Categorie: italiano · politica



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