I giovani e la non rappresentanza

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I giovani e la non rappresentanza

Maggio 30th, 2007 · Nessun Commento
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Il problema della non rappresentanza

Capita spesso di parlare del problema dei giovani, di tutte quelle categorie che non si sentono rappresentate, io stesso ne ho parlato più volte sostenendo che introdurre nuovi meccanismi discriminatori a loro favore (es. quote) sarebbe sbagliato. Ho anche detto che parte della responsabilità è dei giovani.
Tutte cose che continuo a sostenere, ma mi sono accorto che bisogna analizzare anche un’altra parte della questione, riguardante le forme di rappresentanza. Un aspetto distinto dalla formazione dei Circoli o delle altre forme di associazione della società civile e dal loro inserimento in un modello di funzionamento della politica di tipo americano, perché un conto è l’organizzazione generale, un altro il modo in cui questa è attuata. Per esempio, prevedere la necessità di un sistema di trasporto è cosa diversa dal sapere come questo è attuato.

I politici attuali, quando non sono essi stessi il prodotto di un sistema di cooptazione sono comunque sorti quali rappresentanti di schemi ideologici, sono emersi in base a criteri di appartenenza, alla capacità di rappresentare un’idea od un gruppo, oltre che meritocratici. Ma non tutto il merito è un bene in sé, perché bisogna capire di quale merito parliamo, di chi sono questi criteri di merito, ad esempio il merito per un comunista è l’appiattimento sull’ideologia, ma non per tutti è così. É questo indica uno dei problemi maggiori, quando non sono cooptati i meriti per cui sono scelti non sono esattamente quelli adatti ad una società moderna, liberale. Dunque non solo dovremmo realizzare una società meritocratica, ma anche ricodificare ciò che si intende per merito.
Qui infatti parliamo di politici che non rappresentano più le persone perché i gruppi da cui sono nati e che dovrebbero rappresentare non ci sono più o sono molto ristretti ed hanno assunto altre forme. Questo vale anche per le altre figure di rappresentanza, come i sindacalisti. E mette in crisi la figura stessa di rappresentante, che, quando va bene, può al massimo essere portavoce e non legittima persona che fa le veci degli altri, ovvero un rappresentante.

Esclusione duplice

Molti giovani non possono accedere o far parte di queste forme di rappresentanza, sono come i senzatetto, i partiti non sanno proprio dove cercarli. Si tratta di problemi materiale e temporali, pratici in generale, che impediscono di usufruire delle vecchie forme. E sono differenze che non spariranno, anzi essendo essenziali per il futuro sviluppo del Paese vanno accentuate, e non mitigate, facilitate e non ostacolate, come invece molti degli attuali protagonisti tentano di fare. Non me la sento di dire che agiscono in questo modo per mantenere il potere, può darsi che credano davvero di agire per il meglio, ma questa sarebbe un’aggravante più che una giustificazione, perché rivelerebbe una profonda incomprensione della realtà. Ed è anche vero che coloro i quali non si sentono rappresentati tentano di rientrare nelle vecchie casistiche, nei vecchi schemi, non riuscendo a capire cosa accadde realmente ed essendo stimolati a farlo dai loro non-rappresentanti. É qualcosa che bisogna risolvere insieme.

Sussistono, inoltre, problemi culturali, ovvero i giovani non capiscono. Non capiscono per vari motivi, perché gli schemi adottati ed in cui dovrebbero inserirsi sono sorpassati, bloccati e governati da logiche oscure, ma anche perché nessuno glieli ha spiegati, nessuno discute con loro, molti fra gli stessi politici probabilmente non ricordano più perché le cose funzionano in un certo modo. Nella fretta di dichiarare caduta la Prima Repubblica, ne hanno ripreso la maggior parte degli aspetti per costruire qualcosa dal nome nuovo e dall’aspetto più smagliante. Ma rimanendo uguali gran parte degli attori e degli schemi si sono semplicemente cancellate le origini e reso ancor più arbitrario ed incomprensibile il sistema.

Una soluzione complessa

Essendo una duplice questione richiede un doppio approccio risolutivo. Così come internet non ha creato le nicchie, ma ha semplicemente permesso che emergessero, allo stesso modo non è necessario un sistema che crei qualcosa, ma che dia voce alle esigenze già esistenti, che non sia un mastodontico nuovo apparato, ma una ramificata connessione di piccole realtà. Perché anche le nuove figure più significative come, per restare in internet, Google, sono costruite su piccole basi, su ogni singolo utente e non su di una ipotetica massa, è proprio un intero paradigma differente.
Trovare una soluzione a questa situazione sarebbe utile anche per altri attori che non si sentono rappresentati, come i piccole comuni, che bloccano le decisioni di tutti (TAV, discariche, etc.) perché pensano sia l’unico modo per far sentire la propria voce.
Servono reti di ascolto e di discussione aperte, ma non statiche o rigide.

Per quanto riguarda la cultura, la questione non è dissimile, come penso di aver già detto, è tempo di puntare sui principi e su cambiamenti di struttura. Il secondo aspetto significa che bisogna smettere di considerare l’egemonia culturale di gramsciana memoria un obiettivo da raggiungere, un bene per la propria posizione. É invece qualcosa di umanamente aberrante, essendo intrinsecamente un progetto culturale totalitario, ed indesiderabile per i suoi risultati pratici. Ma parliamo anche di strutture politiche (es. collegi uninominali), legislative (più libertà d’azione per il diritto privato) e mentali (es. i gruppi continueranno ad esistere, ma non dovranno più essere esclusivi, ovvero l’appartenenza ad uno preclude l’accesso ad altri). Un diverso metodo implica più federalismo e più liberalismo, nel senso esteso dei termini di maggiore libertà del singolo agente ed un potere più vicino al contesto in cui agisce. Pur rimanendo in un quadro unitario, di regole e schemi condivisi e con l’esistenza di un interesse generale unificatore. In sintesi più libertà in orizzontale e verticale, ma senza uscire da uno spazio generale.
In pratica, quello che da sempre fa la religione cattolica, in cui i principi fondanti non si discutono, ma le forme più adatte a perseguirli si adattano ai tempi, dove il libero arbitrio è fondamentale, ma esiste un ordine.

Si potrebbe definire un sistema americano-liberale, ma non è proprio così dato che il suddetto si fonda principalmente sulla contrapposizione di poteri, più che sulla loro suddivisione. Per citare un esempio, negli USA non c’è un’entità sovrana, sia esso un organo od una carica, da noi invece è il parlamento, io penso che sarebbe più adeguato al caso italiano avere molti sovrani, nessuno assoluto, ma ognuno con le proprie competenze esclusive, in grado di prendere effettivamente le decisioni nel proprio campo, ed ovviamente adeguate figure di controllo. Un sistema dove il potere dei singoli è meno esteso, ma più profondo, che permette quindi di individuare i soggetti che lo detengono e ne sono responsabili, e dunque di capire cosa funziona e cosa no, chi bisogna cambiare e dove. Giusto per fare un esempio, uno Stato in cui il governo non nomina tutti i dirigenti pubblici, ma in cui il Presidente della Repubblica può rimuovere quelli incapaci od inadatti, compresi i ministri ed i parlamentari.

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Categorie: italiano · politica



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