I want to be (free, se possibile)

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I want to be (free, se possibile)

Maggio 9th, 2007 · Nessun Commento
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C’è qualcosa di patologico nella questione dei “giovani”, in politica e nella vita, nel come viene pensata.
Innanzitutto, il fatto stesso di pensare ai “giovani”, cioè ai gruppi (tra l’altro non chiaramente definiti, a 40 anni alcuni si definiscono giovani) e non agli individui indica il permanere di vecchie visioni, della vecchia idea per cui per vincere una lobby se ne deve contrapporre un’altra. In secondo luogo per come si pensa di risolverla, con una discriminazione “positiva” (aggettivo inteso nel senso di far finta che un’ingiustizia sia un bene). In terza istanza per il fine che si propone, ovvero non già togliere le storture e le manipolazioni illecite che impediscono ai singoli meritevoli di emergere, ma aggiungendone una ulteriore per bilanciare.

Peraltro, non si tratta di stupidità, smettiamo di pensare che i politici siano tutti incapaci, certo ne esistono anche, ma se fossero tutti così non riuscirebbero a mantenere così tanto potere. Mettere una discriminazione positiva è stupido dal nostro punto di vista, ma dal loro è il modo migliore per perpetrare il controllo mettendo un altro livello di intervento. Perché chi deciderà chi far entrare nelle quote saranno comunque le stesse persone di adesso.

Eppure la patologia non sta nel cercare di accontentare i cittadini e di mantenere un effettivo potere. É nell’ordine delle cose che ogni politico cerchi di conservare la propria capacità di agire, e non è sempre un male, talvolta è necessario (o meglio, potrebbe esserlo) imporre una decisione giusta.
La malattia è nei cittadini, nei giovani che rendono la vita troppo facile ai politici, che addirittura aspettano il permesso per agire, per smuovere un sistema che li esclude e li mortifica. É abbastanza ovvio che se vuoi raggiungere un obiettivo o esiste una strada impervia, ma aperta a tutti, da prendere oppure devi abbattere quello che ti si para davanti per costruirla. O c’è dialogo o c’è lotta. Aspettare ordinatamente in fila nell’attesa che accada qualcosa è ridicolo, ma è quello che accade.

Il problema dei giovani, dunque, non è tanto di non essere liberi, ma di non essere, perché i “vecchi” non hanno lasciato nulla, come disse, con incredibile faccia tosta, un mio professore: «voi giovani dovete impegnarmi, perché noi ci siamo mangiati tutto» (ovviamente, dopo questo guizzo di onestà, poi tornò ad agire nel solito modo). Hanno distrutto le ideologie e non hanno creato nessun’altra cultura, hanno annientato l’autorità e non la hanno sostituita con il rispetto, hanno eliminato la speranza e non sono riusciti a sostituirla con una realtà soddisfacente, hanno cancellato la guerra ma aumentato la violenza…
Non hanno lasciato riferimenti né valori né strade da percorrere, ma solo arbitrarietà, ovvero quel potere misterioso ed incomprensibile, che però «ti frega sempre». Il caso, se non altro, è qualcosa di incontrollabile, è duro, ma puoi accettarlo, l’arbitrarietà invece è qualcuno che ti controlla, che decide per te, altre persone che non dovrebbero essere diverse da te ed invece controllano le tue possibilità.

In breve i “vecchi” hanno distrutto tutto e gli altri non sono in grado di costruire nulla, non sono, appunto.

A parte il suicidio di massa, l’unica soluzione consiste nell’agire, come individui, che si sia “vecchi” o “giovani”, perché essere significa avere controllo di sé stessi, uomini consapevoli delle proprie potenzialità e dotati della volontà per sfruttarle, essere vuol dire già essere liberi, perché non significa pretendere o mendicare, ma conquistare. Così si risolve veramente la questione dei “giovani”, smettendo di crearla.

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Categorie: italiano · politica



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