Informazione chiama blog, blog fuggono

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Informazione chiama blog, blog fuggono

Marzo 13th, 2007 · 2 Commenti
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Non so quanti abbiano seguito la (ennesima) polemica nella “blogosfera italiana” riguardante l’idea di Navigare Italiano, da alcuni tacciata di «autarchia».
Seguo da poco questo ambiente, per cui le meccaniche forse non mi sono del tutto chiare, ma ho la netta impressione che molte persone non riescano a collegare i propri pensieri in maniera coerente.

Ad esempio, si sente spesso ripetere che in Italia manca una massa critica per l’adozione diffusa dei prodotti informatici, ci si è mai chiesti perché questo accade e come ovviare a questa situazione ?

Proviamo a pensare, quando non sappiamo nulla di un argomento ci affidiamo ad un soggetto che riteniamo autorevole che decida per noi, è ovvio che non possiamo fare altrimenti perché non sapremmo quali parametri considerare per una valutazione. Ora, sappiamo che in Italia manca una cultura informatica e, in generale, una diffusa tendenza ad essere “furbi”, se uniamo questi due fattori è chiaro che se una persona normale deve scegliere qualcosa di “informatico” punterà generalmente ad un servizio americano, se conosce un po’ di inglese, questo vale spesso anche per gli esperti, perché essere esperto non vuol dire sapere tutto, quindi al di là del proprio ristretto campo di esperienza si preferirà un prodotto autorevole = americano.

É normale, non c’è nulla di strano, però non è un bene, come il secondo esempio dimostra: ci si lamenta che in Italia non ci sono investimenti, in Italia non ci saranno mai dieci milioni di euro per una startup (una nuova azienda), per cui se, da early adopters (primi utilizzatori, sono gli esperti che portano le novità del loro campo all’attenzione di tutti), riusciamo a creare una certa base di utenza di italiani e, possibilmente, per servizi italiani, non in modo da imporli, ma per far sì che abbiano una possibilità di emergere, non sarebbe un bene ?

Infine esiste anche una terza, curiosa, questione, chi scrive un blog in Italia lamenta di essere letto solo da altri blogger, perché gli altri preferiscono “stupidaggini” come diari personali e storia di ragazzine. Ora, in parte, condivido questo rammarico, ma leggendo alcuni blog famosi penso anche di aver letto alcuni blog abbastanza noti, scritti da professionisti, che non sono usati come fonte di guadagno, ma che parlano comunque di questioni di lavoro, tecniche, serie, importanti. In questi blog, ammesso che i post non siano brevissimi commenti su qualche notizia “curiosa”, i testi sono spesso scritti con qualche licenza poetica, usando spesso parole esplicite e, sopratutto, sono spesso considerazioni banali, e qualunquiste ogni qual volta si parla di politica o società. In altre parole, usano il loro spazio come “sfogatoio”, un po’ più tecnico e meno personale di quelli che criticano, ma nemmeno poi tanto.
Un indizio di ciò è che sono, appunto, proprio le polemiche e le notizie che suscitano irritazione personale che “girano” di più, e ciò spiega anche perché qualcuno legga autarchia (per Navigare Italiano) invece di lungimiranza.

Per carità, se qualche esperto vuole tenere un blog informale, un mercato praticamente assente, parlare ma non pensare, etc. è libero di farlo, ma almeno non si lamenti di qualcosa di cui è la causa.

Infine vorrei sottolineare che è proprio la piattezza informativa, quella che limita gli investimenti e la libertà di scelta, qualcosa a cui i blog dovevano rimediare, invece siamo ancora alla fase adolescenziale meme e polemiche, ma non è ora di crescere ?

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Categorie: informazione · italiano



2 commenti finora ↓

  • 1 senzaidentita // Mar 13, 2007 alle 12:24 pm

    Credo che la struttura economica americana sia stata ben progettato in anticipo per dominare il mercato del web. Non a caso le aziende americane detengono quasi tutto il mercato pubblicitario su internet, e non solo quello. I finanziamenti alle società si basano su investimenti di cui probabilmente solo una minima parte genera un profitto ma, a quanto pare, il profitto di quella minima parte basta per coprire le perdite degli investimenti in progetti costosi che nascono e falliscono. Tutto questo grazie al predominio quasi incontrastato del mercato che ha anche il vantaggio di poter creare nuovi trend e indurre nuove esigenze. Il resto del mondo si sta organizzando ma i tempi sono lunghi e credo che in Europa un mercato realmente competitivo non possa nascere nelle singole nazioni. Queste continueranno a sostenere i costi elevati della concorrenza americana che succhierà risorse perché l’economia americana ne ha bisogno. Fin quando non si raggiungerà una dimensione che può dar vita a progetti realmente competitivi, una dimensione europa. SE e quando ci si arriverà. Nel frattempo l’Italia rimarrà prima di tutto una vacca da mungere.

  • 2 thumbria // Mar 13, 2007 alle 5:34 pm

    In parte ciò che dici è vero, ma quello che è un oggettivo ostacolo in più non può essere una giustificazione totale. Probabilmente le nostre aziende non potranno mai competere con quelle americane, ma almeno esistere…

    Inoltre, anche se riuscissimo a raggiungere una dimensione europea, senza una “cultura” il maggior potenziale andrebbe comunque perso, perché è proprio la volontà di fare che, mi sembra, manchi; vedo molti esperti che “buttano lì” quattro righe per fare una battuta e solo se stimolati (nei commenti) dicono qualcosa di serio. Ci vorrebbe poco per aumentare l’alfabetizzazione informatica, quindi il bacino di utenza e dunque il mercato, se ogni facesse un minimo di quello che può.

    Quindi, sì la differenza di stazza delle due economia si fa sentire, ma non è l’unica causa, c’è anche quella della mancanza di utenti, per la prima non possiamo fare niente, con un blog, per la seconda invece possiamo fare qualcosa.

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